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Sabato ? Ian McEwan

2 Luglio 2007


Stavolta Ian McEwan mi ha un pochino annoiato. Curioso di vedere su quale materia si era concentrato e documentato l?autore, ho approcciato questo libro come gli altri letti, dei quali esistono delle mie recensioni in questo contenitore, se non vado errato. Ed ero sicuro di trovare descrizioni cristalline della realtà che ci circonda, minuziose e veritiere spiegazioni sull?attività del protagonista del libro e un tema portante sempre valido e con un buon ritmo, che si esalta nelle pagine finali. Sono rimasto soddisfatto solo a metà.
Stavolta il banco di prova era la neurochirurgia, professione del quarantottenne londinese Henry Perowne, sposato con Rosalind, due figli, Daisy promettente poetessa, e Theo musicista di sicuro avvenire, una famiglia vincente, serena e unita. Il periodo di ambientazione è quello seguente al disastro americano delle Twin Tower, quando si era pronti a invadere l?Iraq e sovvertire il regime di Saddam. Quindi animi inquieti in un Londra giudicata come il probabile bersaglio di futuri attacchi terroristici. Il sabato mattina, dopo una settimana stressante, trascorsa tra degenti, parenti, speranze disilluse e esaltanti interventi riusciti, Henry lo dedica in genere allo squash, ma quel sabato c?è anche un altro evento che si preannuncia piacevole. L?arrivo di Daisy da Parigi, dopo sei mesi, in onore del quale Henry preparerà la sua celeberrima zuppa di pesce. Ci sarà anche John Grammaticus, il suocero poeta, che ha la strana concezione che un artista possa permettersi sempre ogni eccesso. Ma quella mattina andando a giocare a squash con l?anestetista del suo team di sala operatoria, Henry subisce un piccolo incidente, che di solito si risolve con poco, scartoffie, firme e qualche disagio dal carrozziere. Ma quella volta il contrattempo diventerà un incubo per il dottore affermato e di successo. Tra operazioni descritte con la solita dovizia di particolari, i pensieri e le impressioni di Henry, i suoi rapporti con il suocero, con la madre ridotta ormai in uno stato che richiede la permanenza in un centro anziani, insomma per descrivere la vita di un londinese e della sua famiglia in quelle ventiquattro ore, per dare al romanzo l?impronta della normalità che verrà infranta all?improvviso, il buon McEwan fa scorrere più di duecento pagine del libro, per condensare nelle ultime ottanta tutto il pathos e l?adrenalina che il romanzo promette nelle note di quarta di copertina, quando la famiglia riunita dovrà vedersela con Baxter, uno sbandato affetto da una strana forma di patologia neurologica degenerativa. Forse Ian McEwan dovrebbe rinnovarsi un pochino, rimettersi in gioco e tentare altro. Il romanzo, ripeto, pur essendo molto ben scritto, risente di un certo compiacimento nel mostrare al lettore ?quanto sono bravo?. L?impressione che ne ho ricevuto è questa. Una cosa sulla quale posso essere d?accordo è la conclusione finale alla quale giunge McEwan, cioè che qualsiasi sia il nostro tenore di vita, qualsiasi cosa facciamo per evitare grane, qualsiasi cosa facciamo per dare alla nostra vita una parvenza di sicurezza, siamo sempre in balìa di eventi che prescindono dalla nostra volontà.
Una curiosità. Parlando di Veltroni, nelle ultime pagine del libro, McEwan apostrofa il sindaco di Roma in questo modo: ?un uomo quieto e cortese, appassionato di jazz?.

?Sabato?
di Ian McEwan
Ed. Einaudi

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