Archivio

Archivio Marzo 2007

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – Mark Haddon

12 Marzo 2007 15 commenti


Libro piacevole, scorre bene, si arriva alla fine e ci si complimenta con il protagonista, anche se ciò che ha fatto non è il massimo del coraggio. Solo che per Christopher Boone, quindicenne, la vita non è tanto facile, quindi tutto ciò che fa deve essergli riconosciuto. Christopher è affetto da una particolare forma di autismo che lo porta ad avere un rapporto molto particolare con la vita e con il mondo che lo circonda. Così Christopher reagisce in modo violento se viene toccato da qualcuno. Mangia i cibi solo se non sono entrati in contatto tra loro. Ama la matematica, ma non riesce a capire le persone e le loro espressioni. Odia il giallo e il marrone. Non si fida degli sconosciuti e dice sempre la verità. Se c?è qualcosa che lo disorienta e lo disturba lui si isola da tutto gemendo, con le mani sopra le orecchie.
Una notte (lui la notte è abitualmente in giro per Swindon, la cittadina dove vive) scopre che qualcuno ha ucciso il cane della sua vicina, e lui si convince che deve fare l?investigatore e scoprire chi è stato. Vive con il padre separato e un topo addomesticato di nome Toby. A seguito di circostanze eccezionali Christopher deciderà di prendere il treno per Londra e l?avventura non sarà tanto semplice per lui che non è mai arrivato più lontano del droghiere all?angolo.
Tutto il libro è un elenco delle strane cose che Christopher fa nella sua vita, le sua fissazioni, le facilità con i calcoli matematici e l?odio per tutto ciò che non è ordinato, organizzato e che può causare confusione nella sua mente.
La trama è molto semplice. Haddon, che è autore di libri per bambini, deve aver pensato a loro scrivendo anche questo libro. E? un libro che non si prefigge di vincere il Nobel per la letteratura, ma che fa comunque pensare al fatto che i bambini e gli adolescenti vivono in un mondo che è assai diverso da quello che noi adulti siamo abituati a considerare, e forse dovremmo fare un po? più di attenzione nel interpretare i loro sogni, i loro pensieri e le loro paure.

Il giro di vite – Henry James

6 Marzo 2007 7 commenti


Ho letto questo libro a causa di una frase Pietro Citati ne “Il male assoluto”. Qui l?autore paragonava Dostoevskij a James, nel modo di trattare il “male” nell?uomo, quindi, dato che ho letto molto dello scrittore russo, mi è venuta la curiosità di leggere questo libro.
Una serata tra amici, si raccontano le storie più assurde e raccapriccianti che si siano mai udite. Uno dei partecipanti, inizia a raccontare una storia accaduta ad una donna che lui conosceva.
Questa donna era stata chiamata a far da istitutrice in una casa signorile a due bambini. L?unica persona che si occupa di loro e un facoltoso zio, che non appare mai nel romanze e paga profumatamente la donna e una serie di governanti che si prendono cura della casa e i giovani. L?unico punto sul quale quest?uomo insiste è il fatto che non deve essere disturbato per alcun motivo.
Lo stile è pomposo, proprio dell?ottocento, le donne escono di casa non senza essersi “coperte”, il che significa mettere il cappello, gli atteggiamenti sono ossequiosi. Il tutto si svolge in questa casa.
I protagonisti del romanzo sono sostanzialmente quattro, la donna, la signora Grose (una governante che diviene sua amica e confidente) e i due ragazzi Miles di dieci anni e Flora di otto.
La storia è imperniata sulla visione di spiriti di persone morte, che appaiono e scompaiono negli ambianti della casa, ma questa cosa passa via via in secondo piano, man mano che l?istitutrice svela la sua personalità, per far posto, appunto, al “male” di cui parlava Citati. La donna, figura centrale del romanzo è effettivamente preda di un male su cui non mi dilungherò per ovvie ragioni e ci si rende conto, procedendo nella lettura che tutto gira intorno a lei.
Interpreta gli innocenti atteggiamenti dei bimbi come aberranti gesti, individua in loro l?essenza della disonestà intellettuale, della malizia e in un crescendo, che però non ha ritmi serrati o frenetici, arriva al punto di separare i due per il loro bene. L?istitutrice deve tamponare, deve vegliare, deve essere lei al centro dell?attenzione. La sua attenzione e dedizione ai ragazzi (ma in particolare a Miles) ha il sapore della pedofilia, che in quel periodo era una pratica molto presente, anche se sotterranea, nella società agiata dalla quale proveniva James, che tra l?altro aveva un fratello che si occupava di psicologia, materia di grande interesse due secoli fa. Insomma gli ingredienti per un romanzo focalizzato sul “male” ci sono tutti, ma a mio parere tra James e Dostoevskij esistono delle differenze abissali, sia come sviluppo del romanzo stesso, sia come esperienza di vita.
Il finale è in qualche modo sorprendente e agghiacciante. Il male ha avuto la meglio anche stavolta sul bene e sulla ragione.