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Archivio Dicembre 2006

Andiamo a bere la pioggia ? Raffaele Mangano

21 Dicembre 2006 6 commenti


Strenna natalizia.
Parlando con l?autore di questo libro, mi sono sentito chiedere: ?Dove hai vissuto la tua infanzia??. Alla mia risposta: ?Nel cortile di casa mia?. Lui ha detto: ?Questo libro ti piacerà?.
Infatti.
Un gruppetto di otto ragazzini della periferia milanese, in un cortile (e dintorni) che giocano, fanno danni e ne subiscono le conseguenze. Ecco la trama. Semplice se si vuole, ma all?interno di questo libro ci sono tantissimi spunti per pensare e per ricordare.
Il cortile è quello di una palazzina di quelle che sono sorte dal nulla nei dintorni di Milano (ma potrebbe essere una qualsiasi città italiana). I suoi dintorni diventano terra di conquista per gli otto. Gli otto hanno una accesa rivalità verso altri bambini della zona, che però giocano aldilà di una rete che fa da divisorio tra i due gruppi. Le sassaiole sono all?ordine del giorno. E le grida delle madri disperate e gli scapaccioni e i castighi.
Nella borgata c?è tutto, dal cinema parrocchiale al venditore ambulante di gelati, dal coltivatore di pannocchie e frutta (che vengono razziate regolarmente dagli otto) all?oratorio. E poi c?è la colonia estiva, da evitare come la peste e, inevitabile e tremenda, la scuola. Ogni mezzo e ogni cosa è buona per giocare, il pallone soprattutto, ma anche i film visti al cinema, con l?imitazione degli eroi di turno oppure la ripetizione delle Olimpiadi viste alla televisione (invenzione prodigiosa di quegli anni) oppure andare semplicemente a bere la pioggia che cade da una grondaia.
Insomma ci sono tutti gli ingredienti per una bella storia di amicizia e di avventura.
La trama si intreccia con un?altra. Quella dei nostri giorni, in cui Gabriele e Giuseppe, amici per la pelle ai tempi del cortile, si incontrano di nuovo, casualmente. I due hanno imboccato strade diverse nella vita, ma c?è una cosa che ancora li lega, un segreto grande come un macigno. Ma la magia dei tempi andati ormai si è persa.
Il libro a volte fa sorridere, per l?ingenuità dei protagonisti che traspare dalla scrittura e anche perché in tante situazioni mi ci sono rivisto io stesso. A volte ti fa fermare a pensare assorto su cose che c?erano e non ci sono più, e tu stesso avevi dimenticato. Gabriele, che è il vero protagonista della storia, quando è piccolo parla spesso con il nonno, che ha origini siciliane. E un giorno parlando del progresso e in special modo del frigorifero, dice al nipote:

?E che ci faccio? Io m?accatto solo quello che serve. Ti piacciono i triggli che cucino io? Ecco, li piglio un?ora prima di metterli in padella. Mi schifa il pesce raffreddato. L?occhio ha da essere vivissimo. Se tieni in casa il frigorifero c?è pure il rischio che t?accatti più del necessario. E poi mi arrichìo a fare la spisa tutti i giorni, furiare per i negozi, chiacchierare con i cristiani, scegliere la roba. Non me lo voglio togliere questo piacere.?

Il succo del romanzo penso sia in queste poche parole, semplici e dirette, sulla vita che sta cambiando velocemente, e perde tanti rapporti interpersonali che non torneranno più, e noi, oggi, siamo immersi n questo nuovo, luccicante e spersonalizzante modello di società e, spesso, non ce ne rendiamo conto.
Un libro dolce dolce.

Almeno il pane, Fidel

18 Dicembre 2006 16 commenti

Sul catalogo di un noto tour operator attivo anche a Cuba si legge: “tutto il bello dell’animazione, tutto il buono della cucina, tutto il piacere dello sport. In qualunque angolo del mondo ti trovi, un nostro villaggio ti farà sempre sentire a casa tua, in compagnia di animatori italiani o che conoscono perfettamente la tua lingua. Viziato da abilissimi cuochi, il più delle volte italiani anch’essi, insuperabili nel proporti ogni giorno i migliori sapori e profumi della cucina mediterranea”.
Se quello che vi interessa di Cuba è appunto la cucina mediterranea e la compagnia di animatori italiani, il mio consiglio non può che essere il seguente: non comprate “almeno il pane, Fidel”. Il libro di Gordiano Lupi non promuove infatti visite guidate o corsi di diving, ma si addentra nella vita quotidiana di tutte quelle persone che per motivi a noi incomprensibili insistono a vivere fuori dal perimetro recintato dei paradisi all inclusive: i cubani. Dalla piaga della prostituzione al mercato nero, dal problema casa alla scuola, passando attraverso la santeria e i molteplici usi e costumi degli abitanti della “Isla Grande”, in maniera semplice e diretta Lupi dipinge un affresco della realtà cubana destinato a far storcere il naso a molti rivoluzionari da salotto.
A detta dell’autore, questo libro sarebbe stato meno recensito rispetto ai suoi lavori precedenti per un certo imbarazzo provocato in alcuni ambienti della Sinistra. Voglio sperare che Lupi in buona fede si sbagli, perchè se così fosse la cosa sarebbe estremamente grave. Non si capisce infatti quali imbarazzi debba causare un libro che descrive con estrema linearità situazioni facilmente immaginabili, nonché episodi di violenza comuni a tutte le dittature in tutti i tempi. Dagli abusi della polizia fino alla corruzione dei funzionari, passando per i generi di prima necessità che scarseggiano per il popolo ma non per gli alti papaveri del regime, Lupi fotografa un quotidiano destinato a sfuggire alle videocamere dei turisti europei, troppo occupati a cercare sesso facile e a mortificare l’immagine del Che, mercanteggiata su magliette e cartoline.
Forse a creare imbarazzo sono le esplicite accuse che Lupi lancia a noti esponenti del mondo culturale italiano. Questi ultimi, secondo l’opinione delle scrittore, sarebbero infatti rei di chiudere entrambi gli occhi sulle storture del regime per non dovere ammettere che la rivoluzione socialista è fallita anche nel suo ultimo baluardo. Anche in questo caso spero fortemente che Lupi abbia preso un abbaglio, perchè non voglio pensare che le stimate persone da lui citate non siano capaci, magari da sole innanzi allo specchio di casa propria, di riconoscere la differenza tra propaganda e realtà.
Personalmente, non avendo la preparazione culturale di queste persone e non essendo mai stato a Cuba ritengo giusto fare un passo indietro rispetto a questa diatriba. Questo non per vigliaccheria, ma per non aggiungermi anch’io alla nutrita schiera di “tuttologhi” presenti sul nostro territorio. Una sola cosa credo di poter dire per la mia limitata esperienza di vita, e lo voglio fare a difesa di questo libro e del suo autore. Scorrendo le pagine, entrando nelle vicende personali di persone così distanti da me per lingua e abitudini, ho trovato una incredibile somiglianza con decine e decine di racconti fattimi da uomini e donne dell’est europeo conosciuti in questi anni. I metodi della polizia politica rumena o albanese, o più banalmente i privilegi dei funzionari sovietici rispetto al proprio popolo, sono realtà che ho conosciuto tramite le confidenze di lavoratori e lavoratrici che oggi si guadagnano da vivere nel nostro paese.
Cosa possono dire quindi i detrattori di Lupi circa le storie da lui raccontate, che non sono vere? Ovviamente possono dirlo. Certo che se non sono vere assomigliano terribilmente ad altre storie delle quali trent’anni fa si diceva che non erano vere e che oggi sono ormai parte integrante della Storia con la “S” maiuscola. Per questo invito tutti a leggere questo libro, e a scoprire da soli il perchè di quello strano titolo, “almeno il pane Fidel”, che l’autore spiega in un passo che sembra tratto da “1984″ di Orwell.

Aspetta primavera Bandini

7 Dicembre 2006 9 commenti


Nel 1938 per la Stackpole Sons, viene pubblicato il romanzo di esordio di John Fante: Aspetta primavera, Bandini in cui prende vita lo straordinario personaggio di Arturo. ?Sono eccitatissimo per il mio primo libro. Sono molto agitato mentre aspetto le bozze. E’ una sensazione bellissima”queste le parole di un giovane Fante a H.I. Mencken nell’agosto 1938.

Arturo Bandini ha quattordici anni e vive in America, in una famiglia molto povera di origini italiane. Arturo ha una slitta, due fratelli Federico e August, e tanta voglia d?evasione. Arturo ama Rosa, sua compagna di classe, Arturo vorrebbe essere un giocatore di baseball. Arturo ammira e teme suo padre Svevo muratore squattrinato, Arturo ama la madre Maria, donna sommessa e religiosa, sempre con il rosario tra lle mani. La famiglia Bandini, cosi simile a qualsiasi altra, cosi diversa nella dignitosa volontà di riscatto dei suoi personaggi.

Ho conosciuto Fante, quasi per caso, da un libro regalato. Me ne sono, pagina dopo pagina, subito innamorata. Aspetta primavera, Bandini è un libro che intenerisce, che disorienta e capace di liberare qualunque sentimento uno possieda. Come scrive Niccolò Ammaniti nell’introduzione del libro, la grandezza di Fante sta nella sua capacità di “raccontare un piccolo mondo familiare, un paesino striminzito dal freddo con la stessa grandezza con cui Omero narrava le gesta dei greci e dei Troiani”.

Uno stile di scrittura unico, per la sua schiacciante semplicità e per la sua ironia amara. Fante si destreggia con un incredibile gioco di candore e cinismo. Leggere Fante, significa masticare le sue storie, diventare la neve del freddo inverno in colorado, sorridere, piangere amaramente, commuoversi come bambini al calore di una stufa. Fante è l?antieroe dei nostri giorni. La sua voce accusa e giudica, invitando alla riflessione quotidiana. Fante descrive le origini, la vita familiare nei suoi più piccoli angoli, nei suoi più piccoli nascondigli. Ne svela le sfaccettature, quelle più insolite e quelle meno. Disegna le quattro mura domestiche in un contesto planetario. Casa Bandini è la casa di tanti emigranti, di tanti italiani, di tanti poveri cristi, fuggiti dalle proprie miserie per un?altra miseria, quella dello straniero. L’emigrante a casa propria, ma mai del tutto, sempre con un piede nella propria terra, sempre alla ricerca di un’integrazione e di un rispetto che forse mai avrà.

Svevo Bandini, il padre di Arturo, è un personaggio straordinario. Impossibile non immedesimarsi nelle pieghe del suo volto, nelle rughe delle sue mani, gonfie e rattrappite per il freddo, impossibile non sentirsi ai piedi quelle stesse umide scarpe piene di acqua e neve, impossibile non sentire il gelido vento invernale del Colorado rigare la propria fronte. Impossibile non tifare per Svevo, anche quando s’abbandona tra le braccia della ricchissima vedova di nome Effie Hildegarde. Ho tifato per lui avvolto nel suo pigiama di seta, con i pensieri immersi nel fumo del suo sigaro, quando “tracanna con vigorosa disinvoltura contadina” un malaga “dolce, forte, infuocato?, schioccando la lingua “prima di passarsi sulle labbra i poderosi muscoli dell’avambraccio”. Ho tifato per lui anche quando impreca e sputa in faccia alla vedova Hildegarde. “Che bellezza avere il coraggio delle proprie convinzioni”, dice Svevo Bandini dannatamente vero, straordinariamente uomo anche nella sua miseria.

Aspetta primavera Bandini è, in un certo senso, una sorta di romanzo della rivincita, un pamphlet del coraggio. Svevo non rinnegherà mai le proprie origini contadine neanche in nome del dio denaro. Aspetta primavera Bandini è un romanzo dei valori e degli ideali, quelli che fanno vivere e tirare avanti. E la famiglia prima di ogni cosa, al diavolo tutto il resto.

Interessante anche le figure minori del libro. Il signor Craik, il salumiere, il vecchio Gage, suor Celia, Jumbo il cane di Arturo, donna Toscana, e il sanguigno Rocco Saccone, l’amico del cuore di Svevo. Rocco è il confidente, l’italiano compagno di tante sere trascorse al bar, tra un bicchierino e un altro, per dimenticare la miseria. Rocco è la voce della saggezza mascherata da un carattere burbero e rozzo. Rocco diventa per caso dispensatore di fortuna. Rocco è un punto di ritrovo per Svevo, rappresenta il caso benevolo e pietoso, rappresenta quella sorta d’eterna continuità con le proprie radici.

Aspetta primavera Bandinir, commedia e tragedia dell’immigrazione e dello spaesamento, dell?onore e della smania di libertà. Tutto sotto il segno di un’atavica miseria italiana.

Il romanzo è completamente immerso nella poesia, ogni passaggio anche il più rude ed amaro beve alla sua fonte. Fante partorisce descrizioni autentiche che mettono in luce la sua sensibilità poetica. Proprio come questo pezzo.

“(..) Il sole era furioso, giallo d?ira nel cielo, vendicandosi di un mondo mondano che aveva approfittato della sua assenza per dormire e gelare. Pezzi di neve cadevano dai pioppi nudi intorno al campo di baseball, piombavano a terra sopravvivendo solo un istante, prima che la bocca gialla su nel cielo li lambisse fino a farli sparire. Il vapore fumava dalla terra, dissolvendosi nell?aria. A occidente nuvole tempestose s’allontanavano in riottosa ritirata, abbandonando il loro attacco alle montagne, le cui vette immense e innocenti protendevano le labbra appuntite al sole, riconoscenti”. (cfr. pagg. 202-203)

Fante semplicemnte grandioso, un talento straordinario. Fante affresca ogni situazione con tocco leggero, con dialoghi scrupolosi e pungenti. Pagina dopo pagina, mi sono davvero sentita come parte della storia. Leggendo, si arriva ad amare alcune esclamazioni o i suoi modi di dire, ed anche le frequenti imprecazioni che, spesso, fanno sorridere. In Fante tutto è pulito ed estremamente particolareggiato. C’è auto ironia dietro ogni sillaba e una profonda umiltà dietro ogni pensiero. C’è velato umorismo e tanta speranza. C’è misura e logica. Ci sono sogni, confidenze e profondo rispetto per la vita.

Aspetta primavera Bandini proclama la rivincita, il riscatto che alla fine vuole ristabilire, costi quel che costi. Per Fante gli uomini sono tutti uguali, al di là dei titoli, dei soldi e del lusso che ostentano. Fante è, se vogliamo, patriota dell?eguaglianza come testimonia una bellissima frase detta da Svevo Bandini ?muratori e rettori che differenza c?era? Era solo una questione d?intendersi? (cfr. pag. 184)

“Ora che sono vecchio non posso ripensare ad Aspetta primavera, Bandini senza smarrirne le tracce nel passato (..) Non riesco a convincermi che una cosa scritta tanto tempo fa mi risulti così dolce nel dormiveglia (..) Ho paura, non sopporto l’idea di vedermi sotto la luce della mia prima opera. Sono certo che non la rileggerò più. Di una cosa però sono sicuro: tutta la gente della mia vita di scrittore, tutti i miei personaggi si ritrovano in questa mia prima opera. Di me non c’è più niente, solo il ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina.”, J. Fante

Leggete Fante, gente.

John Fante, Aspetta primavera Bandini, Einaudi stile libero (? 10)

La sorella di Mozart – Rita Charbonnier

5 Dicembre 2006 2 commenti


Romanzo scritto su basi storiche, ?La sorella di Mozart?, opera d?esordio di Rita Charbonnier, è un romanzo ben scritto, piacevole e con un inevitabile lieto fine. La vicenda si svolge, ovviamente, nel diciottesimo secolo e ruota attorno a Maria Anna Walburga Ignatia Mozart, detta Nannerl, sorella maggiore del grande Wolfgang Amadeus Mozart, musicista illuminato e fenomenale da tutti celebrato e conosciuto. Lei, Nannerl, ama il fratello, lo coccola e scrivono entrambi musica. Insieme i due fanno concerti sublimi. Wolfgang, non esce molto bene da questo romanzo, dipinto come un egoista, scanzonato e maleducato ragazzetto, figlio di Herr Leopold Mozart e Anna Maria.
Ma parliamo della protagonista del romanzo, Nannerl, che vive la sua infanzia in modo felice e spensierato fin quando Herr Mozart non si rende conto che il figlio maschio ha delle potenzialità musicali notevoli. Simili a quelle della sorella, che suona e compone, ma è una donna, quindi deve rispettare l?etichetta che vige in quel periodo. Quando il padre si accorge della passione segreta di Nannerl, cioè la composizione, le intima di smettere e la relega in casa a dar lezioni di piano per sostenere economicamente i viaggi del fratello in cerca di gloria e notorietà. Da questo momento la vita di Nannerl conosce una pericolosa discesa. Lei rifiuta categoricamente di suonare, si abbandona alla malinconia e alla rabbia per l?ingiustizia subita. I rapporti con Wolfgang e con suo padre si guastano definitivamente, troppo distratto dalla bella vita il primo, troppo concentrato sul figlio il secondo. Muore sua madre. Solo la breve parentesi rappresentata dalla passione per il maggiore Armand d?Ippold riesce a scuoterla da questo stato. Ma la sorte si accanisce su Nannerl, ricadrà nella prostrazione quando il maggiore, a poche settimane dalle nozze, deciderà di rinunciare, per motivi di onore. Di nuovo un brutto periodo per Nannerl, che viene mandata addirittura a vivere nel paese natale della madre, con la ex-domestica di casa Mozart, la taciturna, sbrigativa, ma amorevole Tresel.
Tutto cambia quando Nannerl incontra un facoltoso barone, Johann Baptist von Berchtold zu Sonnenberg, sua vecchia conoscenza dei tempi e dei fasti salisburghesi. Poco a poco il barone entra nel cuore di Nannerl e i due convolano a nozze. L?ultimo colpo di scena del romanzo è la morte di Wolfgang, in quella Vienna nella quale lui ora vive. Nannerl si precipita nella città, a casa del fratello, e trova una situazione di povertà e di abbandono che non immaginava. Anche Wolfgang per vivere, si è dovuto prostituire all?insegnamento. Forte delle sue attuali ricchezze (Nannerl è ora baronessa) acquista dalla vedova tutti manoscritti in suo possesso e inizia a fare un?opera di catalogazione e divulgazione dell?opera fraterna. Questo è ciò che la vita le ha riservato, è lei ne è dopotutto molto fiera. Vuole che la musica sopravviva a Wolfgang, e che resti viva a vantaggio delle generazioni future.
Questo è il tipo di libro che potrebbe tentare qualche regista a farne una trasposizione cinematografica, già immagino le magnifiche atmosfere fatte di vestiti pomposi e di balli principeschi. Ma anche di intensa sofferenza e di ingiustificate leggi non scritte. Inoltre la storia della sorella semisconosciuta di un grande musicista potrebbe suscitare l?interesse di molti. Come opera di esordio ritengo di poter dire che Rita Charbonnier è riuscita nel doppio intento di portare l?attenzione su Nannerl Mozart e scrivere un libro gustoso e di facile lettura.
Per chi volesse visitarlo, questo è il blog di Rita Charbonnier.