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Archivio Settembre 2006

Cosmetica del nemico – Amélie Nothomb

28 Settembre 2006 6 commenti


Durante Il soggiorno in quel di Reggio, il terzo asso che tiro fuori dallo zaino è “Cosmetica del Nemico”, libro che a suo tempo mi fu consigliato da Daria Bignardi, a mio rischio e pericolo seguo il consiglio, infatti, non so se mi è piaciuto, non ho ancora inquadrato l’indice di gradimento, non è un giallo ma lo sembra, cioè sembra uno di quei gialli cinematorgrafi dove sin dall’inizio sai chi è l’assassino, ma dentro te pensi: “no! non può essere lui l’assassino, è troppo facile” la tensione rimane alta per tutto il film poi quando nel finale scopri che è veramente lui il colpevole, ti licenzi dalla sala rimunginando “che cagata!”. questa sensazione di flop però non è così radicata, visti gli ottimi dialoghi tra un dr Jeckill e un mr Hide nella sala d’aspetto di un aeroporto, ambientazione ideale per autoanalizzarsi; un’altra freccia all’arco della signorina Nothomb è senz’altro quell’atmosfera dark che a me tanto mi aggrada, cimiteri, morte, amore e sesso che si incrociano in situazioni che nella normalità sembrano essere disdicevoli ma prese al di fuori, viste dagli occhi della scrittrice sono rivalutabili e apprezzabili. Il libro lo consiglio agli amanti dei gatti e del sesso violento, a chi è abituato a leggere sulla tazza del cesso e a chi è abituato a prendere la vita per come viene. Sconsigliatissimo ai depressi cronici, ai ricercatori di principi e principesse azzuri, a chi si fa troppe seghe mentali in genere.

“Tutto comincia nella sala d?attesa di un aeroporto, un passeggero legge per ingannare l?attesa. Ma è lui la vittima designata, è sufficiente parlargli per far scattare la trappola. Tutto finisce nella sala d?attesa di un aeroporto.”

“Vivevo con i nonni, a casa c’erano tre gatti. Ero io che dovevo preparargli da mangiare. Bisognava aprire le scatole di pesce e schiacciarne il contenuto insieme al riso. Questo compito mi ispirava un profondo disgusto. L’odore e l’aspetto di quel pesce in scatola mi provocava il vomito. Dovevo amalgamare il composto con le mani. Poi è accaduto l’impensabile. Avevo dunque dodici anni e mezzo e una volta ho spalancato gli occhi sulla zuppa per gatti che stavo impastando. E’ stato allora che, senza sapere perché, ho portato alle labbra un boccone di quella zuppa e l’ho mangiata”.

Ps.: La carta utilizzata per pubblicare questo volume è troppo bella, fa un ottimo profumo di cellulosa ed è correlata da un carattere di scrittura a prova di cieco. un altro punto a favore della casa editrice voland.

2003
collana Amazzoni
pp. 112 formato grande
? 11
ISBN: 88-88700-00-5

Mare delle verità – Andrea De Carlo

25 Settembre 2006 9 commenti


Non avevo letto gli ultimi libri di De Carlo, mi ero fermata a Di noi tre, perché dopo aver letto capolavori come Uto, Due di Due e Arcodamore, tutto quello che è venuto dopo mi è sembrato noia e ripetizione. Delusa, ho pensato a uno dei tanti autori che non si rassegnano ad aver perduto l?antico tocco, l?antico splendore. Ho provato a leggere, ma dopo qualche pagina mollavo, colta dal dejà vu.
Finalmente però, a mio avviso, De Carlo ha avuto il coraggio di fare qualcosa di diverso, di scrivere un romanzo originale e coinvolgente, con suspence e colpi di scena, buone intuizioni e riflessioni, emozioni quanto basta?senza tradire il suo stile, per non far mancare quella familiarità che spinge qualcuno a leggere un autore già noto.
La trama è presto detta: il protagonista riceve una telefonata dal fratello, politico di spicco, che lo informa che il loro padre è morto di infarto, a ottantré anni. Fin qui nulla di nuovo, comprese le riflessioni che gli eventi suscitano in merito alle differenze di reazioni di fronte alla morte e alla vita da parte di due fratelli. Ma al cimitero il protagonista viene avvicinato da una ragazza e da lì in poi è tutto un susseguirsi di strani eventi, volti a combattere una battaglia nota cui l?autore, nei suoi personaggi, sembra essere effettivo militante. Le vicende si susseguono in modo piuttosto imprevedibile, anche la storia d?amore (immancabile nei lavori di De Carlo) si sviluppa quasi in sordina, insomma per una volta non c?è la classica scena di sesso a pagina 20, ma un po? più in là.
Unici nei:
1) A pagina 18 la buona Bompiani ci regala uno dei suoi errori già incontrati in Caos calmo di Veronesi. Stavolta al correttore di bozze è sfuggito ?un?appuntamento?. Sarò pedante, ma per me è intollerabile.
2) Come dicevo l?autore difende una teoria in tutto il libro, alla fine la suffraga anche con dati tecnici in una postfazione, ma in un evento della narrazione in cui dovrebbe dimostrare nei fatti ciò che sostiene a parole, in realtà non fa il minimo accenno. Si perde così, per distrazione o noncuranza, o chissà perché. Mi piacerebbe chiederglielo, telefonargli e parlarci, come diceva il buon Holden?
Un buon libro, dunque, da leggere per passare del tempo, ma anche per riflettere. E per festeggiare il ritorno di un grande De Carlo.
Tra le frasi degne di nota, ne segnalo una che da voce ai sentimenti che a volte colgono chi vive in una grande città: ??la smania di spazio non occupato, orizzonti verso cui poter allungare pensieri e sensazioni e gesti senza limiti?? e un?altra che rende putroppo bene lo scenario italiano: ?Ma è una flessibilità terribilmente pericolosa, che cancella di continuo il confine tra il bene e il male e tra il vero e il falso e tra il lecito e l?illecito, tra il pieno diritto e la concessione temporanea, revocabile in qualsiasi momento.?
Buona lettura.

Titolo Mare delle verità
Autore De Carlo Andrea
Prezzo EURO 16,00
Dati 324 p., brossura
Anno 2006
Editore Bompiani
Collana Romanzi Bompiani

La macchia umana ? Philip Roth

14 Settembre 2006 2 commenti

Coleman Silk è un professore affermato, apprezzato, sicuro di sé. Nell?università di Athena, New Jersey, dove insegna, ha portato una ventata di aria nuova. E? quello che si definisce un uomo ?arrivato?. Nathan Zuckerman lo conosce quando all?improvviso, entra trafelato nel suo studio, chiedendo allo scrittore di descrivere come ?loro, hanno ucciso mia moglie!?
I ?loro? di cui parla Coleman sono gli altri, l?esterno della sua esistenza, quelli che ?credono di sapere?. Qualche tempo prima Coleman Silk ha apostrofato, durante una lezione, due alunni mai visti in classe con la parola ?spook?, spettri. Nello slang americano con questa parola vengono chiamati in segno di spregio gli afroamericani. E, ironia della sorte, i due alunni (che Coleman non ha mai visto!) sono neri.
Da qui, parte la lapidazione dell?uomo fino a un momento prima esempio di rettitudine e onestà intellettuale. Alle soglie dei suoi settanta anni, viene accusato di razzismo, un processo sommario, sostenuto dall?ipocrisia della gente, lo costringe alle dimissioni. La moglie muore poco tempo dopo, forse a seguito del grande dispiacere, insomma è un dramma. Poi Coleman Silk stringe una relazione con una donna delle pulizie del collegio di Athena, Faunia Farley. Analfabeta, un matrimonio fallito alle spalle con un reduce del Vietnam, Lester Farley che avrà una parte importante nel libro, silenziosa e isolata. Fisicamente e sentimentalmente provata dalla vita. Un padre che da bambina abusava di lei e due figli morti. I due si stringono in un rapporto esclusivo e in apparenza impossibile. Il colto e brillante professore, con una bidella analfabeta e sgraziata. Ma la cosa funziona. Cosa c?è sotto questa intesa tra i due? Zuckerman fa il suo mestiere di scrittore e fa volare la fantasia. Con i pezzi che ha messo insieme su Coleman Silk, non gli ci vuole molto a immaginare che ciò che cementa la relazione è il fatto che lui, Coleman, con Faunia può essere quello che realmente è. Può essere ciò che ha nascosto da una vita, anche a prezzo dell?affetto di sua madre e, dei suoi fratelli. Coleman Silk è un nero, ma il colore chiaro della sua pelle non lo dimostra. E lui, Coleman, tutto ciò che ha costruito con tenacia e decisione, lo ha costruito su una menzogna. Menzogna resa ancor più ridicola e inutile dal motivo della sua caduta. Un?architettura così ben congeniata, che cade miseramente su una falsa accusa di razzismo, che lui non può neanche ribattere, come forse sarebbe ovvio se lui si presentasse per quello che realmente è. Ma forse c?è dell?altro che lega la strana coppia. Coleman ha forse voluto liberarsi di tutta l?artificiosità, il perbenismo e lo ?stare alle regole?, che hanno caratterizzato gli ultimi quaranta anni della sua vita. Ha chiuso con il passato. E? un uomo nuovo, soprattutto ora che può condividere con qualcuno il suo segreto. I due vanno insieme, per mano, verso un destino che, secondo Roth è inevitabile. Inevitabile soprattutto, anzi, forse solo, per il libro.
Intorno alla storia di Coleman due figure fondamentali, Lester Farley, già menzionato, alle prese con i gravi problemi dei ragazzi tornati vivi dal Vietnam (incredibile e di grande angoscia l?esperienza, volta al suo recupero, in un ristorante cinese, di nuovo a contatto con i maledetti ?musi gialli?) e Delphine Roux, che lavora (anzi lavorava) nello stesso college a contatto di gomito con Coleman. Francese, emigrata negli Stati Uniti per fuggire la famiglia oppressiva, disadattata in questo mondo nuovo, innamorata segretamente del carisma di Coleman, al quale è difficile sfuggire, è l?esempio lampante del provincialismo becero e cattivo dell?america di provincia. Pur essendo europea, Delphine Roux ha incarnato quanto di peggio poteva. ?Tutti sanno?, scrive in un messaggio anonimo a Coleman, riferendosi alla sua relazione con Faunia. Ma chi sa cosa? Su questo concetto Roth spende non poche parole, mettendo in risalto quanto nella società moderna noi tutti crediamo di sapere, solo perché l?abbiamo letto, ho l?abbiamo sentito dire, mentre l?io? di ognuno di noi è pieno di sfaccettature impossibili da decifrare dall?esterno.
Il romanzo segue la scia di ?Pastorale Americana?, i temi sono simili, un uomo all?apice del suo successo, cade rovinosamente e senza capire realmente il perché. Ogni cosa, in un certo momento della sua vita, fino a quel momento ricca di successi, sembra franare. Anche in questo romanzo Philip Roth mette alla berlina una certa ipocrisia del mondo americano, basata sulla bella facciata, sui complimenti falsi e su una vita in continua salita, ma bene attenti a non scoprire il fianco. Questo libro, rispetto al precedente, è di sicuro più efficace e più profondo. Gli spunti di riflessione sono numerosi. Ho letto da qualche parte che è il migliore scritto da Roth. Non mi pronuncio, anche perché ho letto solo quattro libri della sua estesa bibliografia, ma sicuramente è un libro che consiglio.

Una volta qui era tutta campagna-Fabio Fazio

12 Settembre 2006 12 commenti


Premessa ironica per The Grand Wazoo ;) :
Questo libro, evidentemente, non è un classico, non è di uno scrittore in senso proprio, ha una struttura narrativa atipica, non è stato acquistato in libreria. Non rientra nei tuoi parametri di libro da leggere, quindi

Recensione tratta da IBS:
Un treno parte dalla stazione di Roma Termini diretto a Torino Porta Nuova; contemporaneamente da Milano Centrale il Pendolino comincia la sua corsa verso Roma. In due scompartimenti (seconda classe e prima con supplemento e prenotazione obbligatoria) cominciano a snodarsi le più classiche e “avvincenti” conversazioni: manager, vedove, pensionati, studenti (tutti noi, cioè) si lasciano andare a una inarrestabile cascata di luoghi comuni. Basta un “Le stagioni non sorto più quelle di una volta” che si rotola a perdifiato fino a “I gatti sono più indipendenti”, per giungere alle vette sublimi di “Venezia è splendida ma non so se ci vivrei”. Fabio Fazio, con il candore perfido che gli italiani hanno imparato a conoscere e apprezzare, sa allestire un gioco irresistibile da cui scaturisce una sintesi efficace, feroce e affettuosa al tempo stesso, delle nostre abitudini. Questo libro, pubblicato nel 1994 e riproposto oggi in tutta la sua stringente attualità, vuole anche essere un vero e proprio appuntamento per tutti noi; come a dire… ovunque siamo, prima o poi, ci ritroveremo in un luogo comune.

Mio commento:
Al supermercato spesso non posso fare a meno di dare un?occhiata all?immancabile spazio dedicato ai libri. E? qualcosa che mi porto fin dall?infanzia: i miei mi cercavano sempre lì, quando andavamo a fare la spesa e io, immancabilmente, restavo indietro.
Molto spesso non è mai più di un?occhiata fugace, dopo aver constatato la fila di Faletti e Dan Brown. Talvolta però capita di trovare qualcosa di bizzarro, e che questo testo bizzarro si ritrovi inspiegabilmente nel mio sacchetto all?uscita. Del libro in oggetto mi ha colpito la copertina ferroviaria, pochi giorni prima di salire sull?ennesimo treno. Sfogliandolo ho ritrovato nell?elenco di fermate esattamente il mio tragitto, stazione dopo stazione. Eletto a compagno di viaggio per un week end, il libro si è dimostrato all?altezza. Si legge in molto meno tempo di quello necessario per arrivare a destinazione, purtroppo, ma è un viaggio esso stesso, tra luoghi comuni, rapporti interpersonali visti da più punti di vista, e un curioso narratore che interviene ogni tanto a darci un quadro più obiettivo rispetto a quello offerto dai personaggi. Vi siete mai immaginati i vostri genitori parlare di voi? Avete mai pensato a quanto obiettivi riuscirebbero a essere?
Un gioco, niente di più, un divertente spaccato di realtà offerto da un divertito Fabio Fazio, osservatore atipico di Trenitalia, al di là di scioperi e ritardi.

Dedica:
questo consiglio è dedicato a tutti i viaggiatori abituali in treno, da quelli che riescono a dormire in posizioni assurde per tutto il viaggio, a quelli con la ciambella gonfiabile, dagli appassionati della settimana enigmistica ai logorroici, da chi si riserva un viaggio parallelo tra le pagine di un libro a chi scopre amici in comune con gli altri compagni di viaggio, da chi si ritrova ogni settimana, a chi si incontra per la prima volta e ha la sensazione di conoscersi da sempre, da chi si lamenta in continuazione a chi piange per chi ha salutato sul binario, da chi non vede l?ora di arrivare a chi non vorrebbe arrivare mai. A tutti voi, buon viaggio.

Titolo Una volta qui era tutta campagna
Autore Fazio Fabio
Prezzo EURO 12,00 (ma al supermercato lo trovate a 10,00)
Dati 130 p., ill., brossura
Anno 2006
Editore Baldini Castoldi Dalai
Collana Le boe

Memorie di Adriano – Marguerite Yourcenar

7 Settembre 2006 14 commenti


Questa sarà una recensione faziosa, di parte.

Perché un libro così arriva quasi a permeare il tuo pensiero. Margherite Yourcenar ha ?vissuto? per anni con l?imperatore Adriano: ha mangiato come lui, scritto come lui, pensato come lui.
Si è talmente compenetrata da ?diventare? lui, e poterne scrivere la storia ?dal di dentro?.

L?ordine delle cose.
In forma di lunga lettera inviata al nipote Marco Aurelio, Adriano ripercorre la sua intera vita.
Dall?infanzia alla sensazione montante di potere, quando è soltanto un militare ma sente di poter diventare qualcosa di più. Quando comprende perfettamente di poter governare, perchè sente crescere dentro di lui la potenza e la saggezza insieme. Adriano conosce l?animo umano, perché ha imparato a conoscere se stesso, e così comprende a fondo i meccanismi della politica, di quell? ?arte di tessere le relazioni umane?, (Gramsci, e non turbi il nesso).
Gli sembra naturale diventare imperatore, così come gli sembra naturale, dopo, ?sentirsi un dio?. Studia l?astronomia, la filosofia, la letteratura, l?architettura; studia le religioni, fonda nuove città.
Adriano incarna la saggezza unita alla curiosità, una mistura esistenzialmente già esplosiva, e che ricomposta in una figura di ?leadership? fa di lui un uomo completo, libero, utile.
Roma conosce il suo momento di massima espansione. Tutto il mondo conosciuto è ?Roma?, ma dopo Adriano, non potrà che iniziare il declino.
Adriano come metafora della civiltà, Adriano come metafora dell?esistenza.
(E proprio in questa capacità di ?descrivere? la metafora risiede, secondo me, il genio letterario di Yourcenar).
Mi è cara un?immagine di Adriano mentre guarda il panorama che si estende davanti a lui, in Grecia.
Pensa a quali imperi a lui sconosciuti si dipanano nel mondo, al di là di quel panorama, quali civiltà nuove vorrebbe conoscere. E? questa sete di conoscenza che fa di lui un grande, senza retorica.

Nel mondo conosciuto di allora, in quell?esatto momento di transizione, gli dei non c?erano più, e Cristo non c?era ancora. E? stato, questo, un momento unico dell?umanità in cui è esistito l?uomo solo. (Cito da una lettera di Flaubert, che Margherite Yourcenar trovò fondamentale per la comprensione del periodo).

Non meno interessanti e coinvolgenti sono ?I taccuini di appunti?, redatti dalla stessa Margherite Yourcenar e raccolti in appendice, che forniscono la cronistoria di un libro scritto dal 1924 al 1929; andato perso nel 1939; miracolosamente ritrovato nel 1941; pubblicato nel 1951.

Pensiero finale di Adriano-Marguerite:
?? Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più? Cerchiamo d?entrare nella morte ad occhi aperti?”.

Yourcenar Marguerite, ?Memorie di Adriano?, Einaudi, 1981, pp. 317, euro 14,00

Tu, Mio di Erri De Luca

5 Settembre 2006 3 commenti


Seconda tappa della rilassante vacanza Scalea, colonia estiva per campani, secondo libro “Tu, mio” di Erri De Luca. Il libro narra delle vicende di un gruppo di ragazzi di Napoli che trascorrono le ferie sull’isola di Ischia, credo, nel periodo post bellico, intorno agli anni 50, prima che tutto qui in Italia iniziasse a correre.
Due personaggi principali, un giovane adolescente che ama una ventenne straniera, slava, invigorita da un eccesso di vita. Detta così fa un po’ “sapore di mare”, in realtà le vicissitudini si susseguono in un sali scendi di emozioni, luoghi e personaggi ben descritti talmente che Ischia non vien mai nominata ma chi ci è stato la riconosce tra le righe. Poesia in prosa sono spesso le parole e i gesti dei pescatori che fanno da co-protagonisti, i racconti di guerra e l’immagine di Napoli liberata fanno riflettere su alcuni aspetti di un conflitto , forse secondari, ma pur sempre parte di tale e delle sue amare conseguenze, mi viene in mente ad esempio, il rigurgito di De Luca verso le donne della sua città che si prostano alle esigenze dei paladini e alla poca tolleranza di alcuni turisti tedeschi che canticchiavano nostalgicamente l’inno delle SS in una pizzeria sul lungo mare con conseguente rissa. Dulcis in fundo l’elemento sorpresa che regge tutto il romanzo, il buon De Luca, come nel tetris, tassello dopo tassello regala al lettore un fitto intreccio di storie per poi confluire in un finale scoppiettante, che tradotto significa se anche dopo qualche riga ti sembra che si parla solo di figa attendi qualche pagina che vedrai non è sol dir di vagina, consigliato a chi ha amato “il sesto senso” e “dal tramonto all’alba”, sconsigliato ai realisti, agli orfani, agli amanti dei classici e dei film a lieto fine.

“Il pesce è pesce quando sta nella barca. È sbagliato gridare che l’hai preso quando ha solo abboccato e senti il suo peso ballare nella mano che regge la lenza. Il pesce è pesce solo quando è a bordo. Devi tirarlo all’aria dal fondo con presa dolce e regolare, svelta e senza strappi. Altrimenti lo perdi. Non ti agitare quando lo senti sfuriare là sotto, che sembra chissà quanto grosso dalla forza che mette a sviscerarsi l’amo e l’esca dal corpo”

“Era l?estate dei miei sedici anni, stavo su un precipizio di sentimenti. In disparte dai coetanei non ero attento alle ragazze in età buona per me. Mi piacevano le più grandi, un desiderio impossibile. Però quell?estate riuscii, unico dei miei coetanei a frequentarle. Fu grazie a Daniele, figlio di zio, che era più grande di me di quattro anni. Quell?estate si accorse di me. Non so trovare una ragione per quell?attenzione, però ci fu. Forse mi vide più grande o capì che in quel suo cugino si stava accumulando una valanga”

?I miei non mi chiedevano più cosa leggevo per non doversi urtare con quella mia intenzione di sapere. Le domande erano cresciute e portavano l?insidia di chiedere conto. Avevano partecipato a una resistenza, avevano aiutato un perseguitato? Non l?avevano fatto. (?) Ero la sola persona cui interessavano quelle storie. Dopo la guerra i vivi avevano indurito il silenzio. Volevano abitare un mondo nuovo. Da noi non c?era più il re. I tedeschi erano solo quel popolo che veniva a passare le ferie sull?isola.?

Torino è casa mia -Giuseppe Culicchia-

1 Settembre 2006 3 commenti


Vacanze tempo per se stessi, ozio, vizi, stravizi. Stravizio per eccellenza è la lettura, porto con me un poker di arretrati ripromessi ma poi riposti in quel della libreria Billy dell’Ikea. Prima tappa Volterra e dintorni, prima lettura: leggera, nostalgica, tanto per scaldarsi.
” Torino è casa mia”, di Giuseppe Culicchia, ottima guida turistica della città scritta con tono sarcastico dal talentuoso paesano.
Culicchia riesce a ricreare fedelmente l’atmosfera che si respira nella città, prima capitale d’Italia. Una guida al Turin-pensiero, racconta di una città viva, storica, multietnica. Lo scrittore vede l’antica polis romana come casa sua considerando metaforicamente una stanza-un quartiere, il tutto dopo esileranti cenni storici. Si evince qualche critica all’inguaribile voglia di primeggiare dei torines e qualche perplessità sulla buona riuscita dei giochi olimpici invernali, perplessità poi rivelatesi ingiuste, vuoi per bravura dei suoi concittadini, vuoi per botta di culo degli stessi. Come dice lui non poteva metterci tutto in questa guida, infatti i posti descritti sono per lo più ?in centro?, quelli più visitabili, di conseguenza anche i personaggi e le storie appartengono a quel mondo, dal canto mio ho frequentato altri posti, più periferici, quindi altre situazioni, altri volti, altri anni, dovrei scriverne un libro. Nota assai negativa: la sua affezzione per l’altra squadra di Torino, ahimè l’unica che il prossimo anno giocherà in serie A. Libro ad alta godibilità, lo consiglio a tutti coloro che hanno intenzione di venirmi a trovare, che sono antileghisti, antijuventini, anticlericali, antifascisti, anticomunisti, insomma anti. TFFT

?Se questa guida fosse una guida a una città come un’altra, l’Intro starebbe prima della Cronologia. Ma questa è una guida a Torino. E Torino è Torino. Non è una città come un’altra. Secondo alcuni, deve il suo nome nientemeno che a Thor. Perciò l’Intro sta qua.
A Torino, in Piazza Vittorio Veneto, c’è un locale che si chiama Drogheria. È arredato con vecchie credenze, e poltrone e divani deformati dall’uso. Sembra di stare in una casa. Il pavimento è quello originale. In legno nero e un po’ sconnesso, segnato dal tempo. ?

“Oltre a essere la mia città, Torino è anche la mia casa. E come ogni casa contiene un ingresso, la stazione di Porta Nuova, una cucina, il mercato di Porta Palazzo, un bagno, il Po, e poi naturalmente il salotto di Piazza San Carlo, e quel terrazzo che è il Parco del Valentino, e il ripostiglio del Balon, e una quantità di altre cose e di altre storie. Aprire questo libro è un po’ come entrare in casa nostra. Mia. Vostra.”

?I torinesi in coda, difficilmente aprono bocca. In quanto torinesi, ritengono non lo si debba fare, visto che sia le persone davanti a loro sia le persone dietro a loro appartengono alla categoria ?estranei?. E se inopinatamente qualcuno davanti o dietro a loro apre bocca, i torinesi lo guardano con l?aria di chi pensa: ?Ma cos?ha questo/a da aprire bocca, in coda, rivolgendo la parola a degli estranei??.?

Titolo Torino è casa mia
Autore Culicchia Giuseppe
Prezzo ? 9,00
Dati 18 ed., 163 p., brossura
Anno 2006
Editore Laterza
Collana Contromano