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Archivio Novembre 2005

Philip Roth – Il seno

30 Novembre 2005 9 commenti


Philip Roth ? Il seno

E? un volumetto di appena 65 pagine, ma è esilarante, fa riflettere e non annoia. David Kepesh, uomo maturo, professore, un divorzio alle spalle e una donna venticinquenne accanto, all?improvviso, senza alcun segnale, in una notte funesta, diventa un seno femminile. Completo di capezzolo, aureola e tutto quanto. Morbido al tatto, con quella consistenza che tanto piace, un seno insomma, ma di settanta chili!
Il libro rifà il verso a Kafka e Gogol? , che di trasformazioni assurde avevano già trattato. E i due autori sono citati nel libro, quando Kepesh cerca di spiegarsi ciò che è successo e attribuisce la responsabilità del fatto straordinario alle letture, dei due appunto, che aveva commentato nelle ultime settimane con i suoi studenti.
Il desiderio di sesso della Cosa, (che riesce bene o male a essere soddisfatto, grazie alla sua donna che non disdegna di baciare e succhiare il suo ?capezzolo lungo dieci centimetri?), fa parte delle assurdità di quella situazione. I dialoghi con il medico che lo segue variano dall?esaltazione mistica, allo sconforto profondo, in una altalena che non riesce a placare l?incredulità di David ?La Tetta? Kepesh. La profonda autoanalisi del protagonista, il tentativo di dichiararsi pazzo e quindi vittima di fissazioni, sono argomenti che Roth tratta in modo davvero mirabile. Sembra che la vicenda sia capitata a lui stesso. Il libro termina con una poesia di Rilke, ?Torso arcaico di Apollo?, che può essere un ammonimento o un esortazione, e io suppongo che l?intento di Roth sia stato proprio quello di ammonire ed esortare il lettore, ad accettare le cose così come sono, perché sebbene l?Apollo di Rilke sia mutilato e non si possa conoscere ?il suo capo inaudito? è pur vero che in qualche modo il torso attira lo sguardo ?altrimenti non potrebbe abbagliarti la curva del suo petto? perché ?non c?è punto che non veda te, la tua vita?.

Primo Levi ? La tregua

28 Novembre 2005 4 commenti


Questo libro è da tutti considerato il naturale seguito di ?Se questo è un uomo? e nello stesso tempo è definito il capolavoro di Levi. Sulla prima definizione sono d?accordo, sulla seconda mi trovo indeciso. I due libri sono ad un altissimo livello narrativo, disperato, drammatico ma pieno di dignità il primo, più rilassato, a tratti divertito, ma sempre con ?il male? in agguato il secondo. Lasciando ai critici il compito di decidere quale sia il capolavoro, vi parlerò di quanto questo libro mi abbia positivamente impressionato.
In pratica è la storia del rimpatrio di Levi, insieme ad un gruppo variegato e diverso di compagni di viaggio.
Nel libro si respira il sollievo della libertà, il piacere di sdraiarsi al sole nella immense distese russe. Ma anche il recente ricordo di Auschwitz, che terrorizza, come un fantasma sempre presente gli ex-prigionieri, ad ogni ritardo, ad ogni salto di pasto, ad ogni nottata passata al freddo. Il viaggio di ritorno è lungo, la burocrazia e il modo di fare dei russi sono diametralmente opposti all?efficienza malsana dei tedeschi. L?assurdo pellegrinaggio che porta Levi e i suoi compagni dal Lager fino in Russia nella zona di Minsk, e poi di nuovo verso casa, attraverso la Romania, l?Ungheria, e ancora attraverso i paesi che sono stati nemici fino a poco tempo prima, è una finestra sulla distruzione materiale e psicologica della guerra. I personaggi che condividono il viaggio sono descritti con acume da Levi, e ognuno di loro, sopravvive nel modo in cui ha imparato a farlo. E anche le persone che entrano in contatto con il folto gruppo di italiani lungo la strada sono povere vittime, sradicate dalle loro case e in cerca di stabilità. Sebbene il libro si differenzi da ?Se questo è un uomo?, per il sentimento di libertà ritrovata, per la oscura cappa del ?non c?è un domani? che si è diradata, comunque nel racconto si considerano le cose con pessimismo e rassegnazione. ?Guerra è sempre? dice il greco Mordo Nahum, maestro di vita di Levi per una parte di questo ritorno. E la parola che chiude il libro è ?Wastvac?, alzarsi, un nuovo giorno di sofferenza, ancora lotta per sopravvivere. Forse il Lager non è mai uscito dalla mente di Levi, tanto da indurlo al suicidio, tanti anni dopo la drammatica esperienza.

Questa storia emozionante

22 Novembre 2005 23 commenti


So già che è un arduo compito, questo. So già che desterò commenti annoiati, risentiti, critici ed espressioni tipo ?affabulatore? e ?mercante di parole?. Correrò il rischio perché ne vale la pena per consigliarvi questo bellissimo libro. A scriverlo è il Baricco migliore, quello che ti prende per mano e ti accompagna in un viaggio nella Storia e nelle storie. A volte, come sa fare lui con maestria, hai l?impressione che la stia per lasciare quella mano, per abbandonarti?ma poi ti riconduce con dolcezza e capisci che non voleva farti perdere, ma solo smarrire un po? tra le emozioni degli eventi e delle parole, tra i diversi punti di vista e le leggi del destino.
Devo ammettere che appena iniziata l?ouverture ho temuto: non mi coinvolgeva mi lasciava fuori dalle pagine, come guardare un quadro senza vederlo davvero, ma quando inizia questa storia ti cattura, ti ritrovi nel quadro, a volte sei tentata perfino di dare una pennellata pure tu, tanto ti senti immersa. E alla fine del libro, dopo gli originali ringraziamenti, sono tornata indietro a rileggerla, l?ouverture, per godermela.
Di frasi da sottolineare e riproporre ce ne sono tantissime per me, lascio a ognuno il piacere di viverle personalmente, cercando le più affini al proprio animo.
Invece io farò i conti con questa sensazione che pochi libri ti lasciano, quella di sentirti ancora un po? fra quelle pagine, incapace di iniziare altre storie che te ne facciano allontanare definitivamente?

Titolo Questa storia
Autore Baricco Alessandro
Prezzo ? 15,00
Dati 288 p., brossura
Anno 2005
Editore Fandango

Gianni Flamini ? La banda della Magliana

14 Novembre 2005 14 commenti


Ho sempre sentito parlare della banda della Magliana. Tramite i canali di informazione ho appreso di omicidi, come quello di Abbruciati, De Pedis, Semerari o Pecorelli, che riconducevano a questa famigerata banda. Anche il nome di Valerio Fioravanti, personaggio di spicco dell?eversione nera, è stato più volte accostato all?organizzazione criminale romana. Ma non ho mai approfondito l?argomento. Ora il film che è nelle sale cinematografiche ne parla, il libro dal quale è stato tratto fa lo stesso. E in me è sorta la necessità di saperne di più.
Ho acquistato questo libro e l?ho letto tutto d?un fiato. E ho scoperto cose che immaginavo, ma leggerle in un libro che fa riferimento a sentenze processuali e a testimonianze dirette di chi è sopravvissuto, fa un certo effetto.
In pratica la cosiddetta banda della Magliana è stata una vera e propria holding del crimine. Ha avuto collegamenti più o meno estesi e ripetuti con il terrorismo neofascista, con i servizi segreti, con la massoneria, con la mafia e, quindi, anche con personaggi politici di un certo rilievo.
La banda nata agli inizi degli anni settanta (che storicamente si divideva in due tronconi, quello proveniente dalla zona della Magliana appunto, e quello dei ?testaccini?, originari del Testaccio, altra zona di Roma), si dedicava principalmente allo strozzinaggio, al commercio della droga, alle rapine e ai sequestri di persona. Ma non disdegnava ?favori? ai terroristi neri, in cambio di appoggi politici o facilitazioni in sede di processo, prima fra tutte quella di Aldo Semerari, criminologo e perito psichiatrico compiacente e ideologo neofascista. La cosa più eclatante e, se vogliamo, più disgustosa, è stato il connubio tra organi dello Stato, preposti alla lotta a determinate situazioni, e i componenti della banda e del terrorismo nero. A questi alti personaggi pubblici, stimati e votati, faceva molto comodo l?andamento delle cose e quindi hanno colpevolmente chiuso un?occhio su determinati accadimenti, e in alcuni casi hanno persino facilitato le cose, favorendo evasioni, depistaggi e coperture.
In quasi venti anni di attività la banda ha collezionato una quantità di omicidi, stragi e attentati che fanno sensazione.
Per gli amanti del genere il libro è consigliabile e ?istruttivo?.
Tra l?altro consiglio della stessa collana Kaos, il libro scritto da Sergio Flamigni, sul caso Moro. Anche qui ci sono degli atteggiamenti aberranti da parte di buona parte dei cosiddetti ?apparati istituzionali?, che vi faranno aprire gli occhi.

Kurt Vonnegut – Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini

8 Novembre 2005 7 commenti


Come sempre accade quando mi accosto ad uno scrittore sconosciuto, non mi aspetto nulla dal libro, nel senso che tutto ciò che viene è guadagnato. Alla fine di questo romanzo, la mia impressione è che il mio atteggiamento è quello giusto.
Questo libro non mi ha convinto.
E la storia di Billy Pilgrim, reduce della seconda guerra mondiale e superstite del bombardamento di Dresda. Billy è un uomo in grado di viaggiare nel tempo, in seguito ad un incidente aereo poi, è anche un pochino sfasato. Quindi il libro si articola tra gli spostamenti temporali del protagonista quasi assoluto, e la descrizione delle varie situazioni in cui Billy viene a trovarsi di volta in volta. Per cui si legge delle peripezie di Pilgrim in guerra (alle quali lui partecipa quasi da spettatore avulso), al suo matrimonio, alle sue fortune economiche e soprattutto (questa suppongo dovrebbe essere l?attrattiva del libro) al suo viaggio su Tralfamadore, un pianeta alieno sul quale è stato portato di peso.
Vonnegut, come lui stesso fa notare alla fine del libro, è stato ?compagno di sventure? di Billy, in quanto il bombardamento di Dresda lui l?ha vissuto sul serio. E questo probabilmente è il risultato dei suoi sogni e delle sue visioni.
Bisogna dire che il libro tratta l?argomento della guerra in modo molto critico, interessanti e da rifletterci su sono gli spezzoni del discorso del presidente Truman all?indomani dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima e altre ?chicche? militariste. Insomma ancora una volta l?assurdità della guerra viene messa a nudo tramite le miserie umane. Però lo stile narrativo non mi ha granchè entusiasmato, il libro mi è risultato un po? fiacco e privo di reale forza di coinvolgimento.
Forse avrebbe bisogno di una seconda lettura, ma leggere un libro due volte, purtroppo o per fortuna, non fa parte delle mie abitudini.

Ian McEwan – Cani neri

2 Novembre 2005 5 commenti


Come un?esperienza qualsiasi, pur se forte, può cambiare radicalmente la nostra vita? Questo è il tema centrale di questo libro. Ian McEwan offre di nuovo una prova convincente.
La storia è quella di un uomo, orfano dall?età di otto anni, che ha sempre accattivato le simpatie dei genitori di fidanzate e di amici. Forse alla ricerca dei suoi, che sono mancati troppo presto. E con loro, instaura un rapporto di complicità e fiducia. Anche con la sua attuale moglie accade lo stesso. I suoceri sono una coppia ben strana, vivono da anni separati in due paesi diversi, si amano forse ancora, ma l?orgoglio non consente ripensamenti. E poi considerano la vita da due punti di vista opposti. Lui, Bernard, entomologo, iscritto al partito comunista inglese, una vita in politica tra discorsi alle platee e crisi profonde. Lei, June, una donna che dopo ?l?esperienza? si è ritirata a vita privata, alla ricerca di Dio, misticismo e fede, tutto il contrario di Bernard, fatalista e disincantato. E? lo spaccato della vita di questi due personaggi, che si snoda e si focalizza sui fatti più importanti e fondamentali della loro storia. Molto intimista, il romanzo mette a nudo alcuni aspetti della personalità umana e non indica mai la strada tra le due, che sono in alternativa. McEwan si limita ad esporre le due ?correnti di pensiero? senza mai propendere per una a discapito dell?altra. Quindi, è più giusta una vita quasi da eremita, ascetica e di contemplazione o una fatta di impegno sociale, di un fermo credo nelle possibilità dell?uomo, senza misteri irrisolti?
Personalmente mi sono ritrovato molto nelle parole di Bernard, ma questa è un?altra storia.

P.S. L’esperienza che ha cambiato la vita di June non ve la racconto, vale la pena di leggerla.