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Archivio Giugno 2005

Trattato di funambolismo

29 Giugno 2005 3 commenti


“Un libro sulla paura e la solitudine, un libro sul sogno e la poesia, sulle altezze crudeli e le nobili audacie, sull?equilibrio maestoso e l?immobilità d?un altro mondo, sulla caduta e la morte…M?inchino con rispetto profondo.” – Werner Herzog

Questo è il sunto di ciò che troverete sulla quarta di copertina di questo libro, che nelle intenzioni dello scrittore Philippe Petit doveva essere un vero trattato sull’arte del funambolo.
Invece scorrendo le parole di questo testo ci si immerge negli antri più remoti e nascosti dell’essere umano, dove prendono forma e vengono alla luce debolezze, sentimenti, emozioni, sogni e disillusioni trovandosi infine di fronte alla paura, emozione da non temere, da rispettare e osservare.

Philippe Petit – Trattato di funambolismo – prezzo di copertina euro 9,30

Casa editrice Ponte alle Grazie

Chi è fiero della propria paura

osa tendere cavi sui precipizi

si lancia all?assalto dei campanili

allontana e unisce le montagne.

?

Chi non è pronto a tutto

per sentirsi vivere

non ha bisogno di diventare

funambolo.

Soprattutto,

non lo potrebbe

?

Lo studio del filo

non è rigoroso

È inutile

GOURMET di OUSUMI MASAYUKI E TANIGUCHI JIRO – MANGA

14 Giugno 2005 11 commenti


IL LIBRO
Gourmet

Titolo Originale
KODOKU NO GURUME

GLI AUTORI
Soggetto e sceneggiatura di Ousumi Masayuki
Disegni di Taniguchi Jiro

Traduzione di Claudia Baglini

EDITORE
Planet Manga di Panini Comics, Panini S.p.A.

ISBN 888343222-3

Sarò dissacrante e Vi propongo non un libro nella sua originale ed occidentale accezione, ma un ‘manga’, un fumetto giapponese del 1997.

Il titolo italiano è “Gourmet”, la cui definizione data dal De Mauro (dizionario della lingua italiana) è quella di “raffinato buongustaio”.

E’ difficile essere un soggetto simile: primo bisogna essere benestanti, perché – in genere – i cibi più raffinati sono anche quelli meno a buon mercato. Anche se si possono citare cibi (più che alimenti) che son leccornie prelibate, senza essere vendute alla House of Caviar di Piccadilly e costare come un paio di buoni stipendi. Ad esempio, in questo preciso istante di empresente, mi viene alla mente la carne secca della Cà San Marco, carne di vacca, tagliata a strisce, messa a seccare nel cuore dell’estate sulle lastre di ardesia che fanno da coppi alle baracche di pietra dei pastori che portano le mandrie su oltre i duemila metri. Chissà se se ne trova ancora? Il mio ultimo acquisto risale solo a 32 anni fa, nell’estate del 1973, durante un transito motociclistico tra un paio di valli prealpine.

Secondo, non bisogna avere fame di quantità, ma di qualità. Anche se poi, credo e a me così capita, una volta capita l’antifona della qualità, ecco il demone della quantità farsi largo tra piatti e posate e aggredire il povero-ricco commensale.

Terzo, non bisogna avere orizzonti limitati; anche andandosene a cercare di nuovi.
In carriera, a volte, ho pagato di tasca mia, in senso lato, il desiderio di fermarmi e mangiare spiedini e carni alla brace lungo qualche strada interna del Marocco o perdermi nel silenzio di un piatto di montone nella tenda di un oasi nel sud della Tunisia.

Quarto, ed ultimo altrimenti non si parla del libro, bisogna godere di buona salute.
Perché i cibi da gourmet sono inversamente proporzionali al grado di salute.
Io, ad esempio, ho una dieta che come commentò la mia cara dottoressa asl (nonché amata compagna di liceo): “tolte le cose buone, ti hanno lasciato tutto”. E giù una gran risata che ha capito solo lei.
Però, e il libro ce lo insegna (ma perché siamo su di un altro pianeta alimentare), a volte non sono da gourmet solo il lardo di cinta senese con porcini freschi e tartufo, ma anche dei curiosi gamberetti secchi la cui misura supera raramente i due centimetri.

Allora, la storia è banale: Inogashira Goro (cognome e poi nome) è un signore di Tokyo, apparentemente tra i 30 ed i 40 anni, il cui mestiere è quello di importatore di prodotti ‘gaijin’ ovvero foresti.

Senza scomodare un qualche Proust (che peraltro ho sempre faticato a leggere per più di qualche minuto), direi che il libro per immagini (i fumetti, per me, eran quelli che uscivano settimanali quando ero bimbetto. Da Topolino a quelli sulla seconda guerra mondiale, che il Vietnam doveva ancora incominciare; almeno per gli americani, perché per i francesi l’Indocina era già un ricordo) rappresenta la ricerca dell’amico Goro per un cibo più genuino. Un mix tra passioni culinarie e ricordi personali.

Ho un vantaggio, confesserò: conosco il paese dove si svolge la storia e lo amo moltissimo. Come tutti i rapporti profondi, mediati necessariamente dalla conoscenza di altri esseri umani, a volte il rapporto si cortocircuita e dall’amore profondo si può anche passare ad un momento di puro odio. Mai per il cibo, comunque. In genere per affari.

Il libro si compone di 18 episodi, il cui titolo è un piatto – come ad esempio “Riso con le anguille” – oppure la sintesi di una situazione – come “Il sushi bar”.

Mi soffermerò sguaiatamente proprio su quest’ultimo. Per due ragioni: la prima che il sushi ha oramai raggiunto un diffusione quasi planetaria (solo a Milano, tra piccoli e grandi, tra costosi e non, tra buoni e cattivi, ci sono 56 locali che propongono la cucina delle isole del Sol Levante) e quindi si potrebbero trovare altri pareri; secondo che il disegno del locale assomiglia drammaticamente (dicono gli Inglesi) ad un locale che ben conosco nella strada più affollata del quartiere di Akasaka (pron. ‘Akaskà’; come Hokusai, il vecchio pazzo per la pittura, quello dell’incredibile grande onda blu, si direbbe Hooksai).

Il nostro amico si è attardato per il lavoro ed alle 16:30 cerca un posto dove mangiare qualcosa di buono (avete notato che più è la fame, paradossalmente, più si avrebbe voglia di qualcosa di più buono, di meno banale fino a raggiungere la suprema e sublime arte culinaria di un piatto di spaghetti n. 5 cucinati con una salsa di pomodoro fresco, basilico, olio extra vergine e un’imbiancata di pecorino stagionato (il parmigiano è per nordici inguaribili).

Trova questo “sushia” e si siede al banco dove gli si snoda davanti un nastro ‘kaiten’.
Oramai di questo genere di ristoranti ce ne sono anche a Milano e a Roma, ma – per dirla in puro dialetto imperiale – in genere – da noi – fanno cagare.
Ovvero, sono la solita scusa buona per qualche furbone di turno che pensa di cavalcare l’onda della curiosità modaiola, per ammannire qualche schifezza in luogo di sano e tradizionale sushi.

Da milanese, mi permetto di pubblicizzare sushi (involtini di riso e alghe nori con dentro o sopra del pesce o delle verdure) e sashimi (fettine di pesce in genere con una leggera marinatura) dell’amico Shiro, titolare (ahimè invecchiato) di ‘Poporoya’ (Piazza “der” Popolo; perché il primo sbarco fu lì sull’angolo di Via di Ripetta).
Da 30 anni, Shiro dice le stesse cose (“benvenuti”; singolare o plurale sono dettagli) e cucina le stesse cose. Che quindi avrà imparato almeno 40 anni fa. Quindi, in un Giappone del 1965 che oggi è un pò scomparso anche laggiù, Dove, comunque, tradizioni e antiche ricette sono prese molto più sul serio che nella povera città della Madonnina, dove trovare un piatto di risotto giallo è impresa non da poco.

Allora, il nostro amico inizia a prelevare i piattini che gli scorrono davanti (in genere il menù è appeso alla parete di fronte al bancone e il prezzo dei piatti è legato al colore del piattino): partiamo da un ‘toro’, il tonno rosso più classico.
“Gambero…tonno e porro…grongo e alice…”

Ma poi si accorge che il locale è frequentato soprattutto da donne, anzi casalinghe per l’esattezza, di mezza età che ordinano soprattutto ‘otoro’, direi la parte della pancia del tonno che noi chiamiamo ventresca.

Guardandosi attorno, Goro capisce che dalle 16:00 alle 17:00 il locale offre una sua specialissima Happy Hour a base di sushi.

Quindi, bando alle ciance, e diamoci dentro con orecchie marine e turbinidi (frutti di mare da noi sconosciuti; almeno credo). Seguiamo con una bella pinna di rombo.

Goro (un tantino sfigato, no? Almeno in questo) è astemio e quindi si astiene dalle belle e fresche ‘biru’ (le birre giapponesi, per quanto industriali, sono prodotte con grande cura e sono proprio delle bionde lager che scivolano a litri per il gargarozzo) e non conclude con il più classico dei sake o, meglio ancora, di jizake (il sake artigianale delle piccole distillerie).

Beve però un buffo tè (ne ho ancora un paio di confezioni) da combinare proprio col sushi: in realtà non è il prodotto di camelia sinensis, ma pare una polvere triturata di una canna lacustre (salvo smentite da chi ne sa più del sottoscritto). Comunque, è veramente buono.

Diverso da me, Goro chiude il round con una bella sigaretta che si vede anche nel fumetto che se la gode proprio profondamente.

Alla fine dell’happy hour, le signore lasciano il locale e l’autore (ben tradotto, mi pare; il traduttore può essere tale oppure diventare un ‘traditore’ dell’opera originale. Grazie dai-sensei per gli insegnamenti)
ci dice: “certo che quelle signore hanno mangiato parecchio. per essere pomeriggio inoltrato! A casa, poi, prepareranno la cena per il marito ed i figli e sicuramente non toccheranno cibo. «no, la mamma stasera non ha fame…» e la famiglia non capirà il perchè”.

Pare che la donna giapponese maritata non se la cavi in splendide condizioni. Quindi un happy hour di sushi è l’occasione tipica della sua praticità per combinare buon cibo e risparmio.

Tra le millanta cose bizzarre e diverse tra il Giappone e il Paese del Sole, c’è la questione del ‘pesce quotidiano’.
E’ notorio che la nippo-dieta si basa soprattutto sul pesce (con qualche brutta storia di pesca indiscriminata aggiro per i mari del mondo, compresi i nostri).
Quindi, ogni supermercato tra i ???? diecimila, ventimila ??? che affollano in mini-misura le strade di Tokyo, a fine giornata – se non ha fatto bene i conti o se, più semplicemente, la palla di vetro ha funzionato meno bene del solito – si ritrova una discreta dose di pesce che, se invenduto, dovrebbe buttare letteralmente via.

Verso le dieci di sera, invece di spendere quei 150/200 euri nel ristorante elegante dell’albergo o di qualche quartiere famoso (amate Ginza, Roppongi, Shibuya…), andate nel supermercato del quartiere e con una ventina di euri vi togliete la voglia di pesce fino……..al giorno dopo; almeno nel mio caso.
Tre birre, un sake già nel bicchiere con tappetto stile yogurt, la kettle per scaldare l’acqua è nella stanza.
Una bel bagno caldo alla giapponese (insaponarsi prima e fuori, sciacquarsi fuori e poi, puliti, entrare nella vasca dove l’acqua potrebbe bollire un crostaceo), un fresco yukata (il kimono estivo di cotone leggero) e una bella dormita alla faccia del fuso orario.

Stasera, anche se la signora moglie mi ha guardato storto sempre per via di quella dieta ma vai a trovare il colesterolo nel tonno secco e nella pasta di soia, alias miso per fare la zuppetta di miso shiro con i trucioli (letteralmente, ma questa è un’altra storia che è tardi e domani c’ho da lavorare) di pesce, mi sono fatto del riso bianco (‘gohan’) con ‘oshinko’ (sottaceti puzzolentissimi di daikon, la carota bianca) e vari pesci.

Al culmine della cena e per ricordare degnamente un amico, a distanza di poco più di un anno dal suo appartarsi su di un altro pianeta (c’è chi dice fosse originario della luna…), ho aperto e tagliato un ‘awabi’ (credo ‘abalone’ in italiano), un frutto di mare che una volta (ma questo è un altro libro da recensire, perbacco) si pescava selvaggio in alcune piccole isolette nel Mar del Giappone. Quello di stasera deve essere di quelli allevati nelle ittico-culture che abbondano sulle nippo coste.

Il nostro amico che ha deciso di lasciarci più soli a patire su questo pianeta era andato su una di esse, Hekura, per un sei mesi intorno agli anni ’60. Con cinepresa a 16 mm., quintali di pellicola kodak, e un baule di altre attrezzature fotografiche. Pare anche con amica americana.
Lì vivevano le ‘ama’, giovani donne dal petto nudo, dal sorriso disarmante e dai polmoni d’acciaio, che ogni giorno, per tutta l’estate, scendevano nelle profondità per staccare queste meravigliose conchiglie con dentro un frutto di mare dal peso medio di circa 100 grammi.

Ho affilato la lama del coltello da sushi sulla pietra (cinese perché nippo costa troppo, ma il coltello mica lo capisce, no?) e ho tagliato infinite e sottilissime fettine.

Birra fresca, sake e…una goccia su una guancia. Ma no, dai è solo uno schizzo della birra.

Ciao maestro di vita, di genti e di mondo, mai abbastanza rimpianto.
Om mani padme hum.

Il libro costa 10 euri, che non sono proprio le vecchie mille lire, ma vi assicuro che è un viaggio nel cuore della cucina giapponese con la minor spesa possibile.

Buona lettura a chi ci crede!

Alla prossima e …domo arigato gosaimashita, o-itarian poporo.

Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand

7 Giugno 2005 11 commenti


Savien Cyrano de Bergerac (1619 – 1655)

IL LIBRO
CIRANO DI BERGERAC
commedia eroica
in cinque atti in versi

Titolo originale dell’opera: Cyrano de Bergerac
Traduzione di Mario Giobbe

ISBN 88-04-41004-3
I edizione Oscar 1985
Arnoldo Mondadori Editore

L’AUTORE
Edmond Rostand (1868 – 1918)

LA STORIA (o la recensione)
Per molti l’incontro con l’impavido moschettiere può essere avvenuto nell’infanzia o nella prima adolescenza.
Per me è andata così e ricordo, erano i primi anni ’60, che in un’enciclopedia per ragazzi (sempre della Mondadori), organizzata per libri, c’era un libro che potremmo chiamare dei personaggi della storia (Achille, Ulisse, Cesare, ecc.) tra i quali, arrivati al ’700, ben si collocava il nostro amico Cirano.
In quegli anni da bimbetto, mica ci si stava a chiedere se Cirano, oltre al naso lungo, fosse realmente vissuto o meno: era brutto/bello così. Coraggioso, impavido, difensore strenuo dell’amicizia e dell’amore. Triste, ma non tanto, alla fine dei suoi giorni.
C’è poi un lungo periodo di mio oblio del personaggio fino a circa la metà degli anni ’90 quando esce una splendida riduzione cinematografica dell’opera teatrale (la cui prima si tenne. al Theatre de la Porte-Saint-Martin, il 28 dicembre 1897; più vicini alla prima delle guerre mondiali che all’epoca dei moschettieri) di Rostand.
Il protagonista del film, direi ideale, è Gerard Depardieu ed anche traduzione e versi rendono onore assai alla figura del nostro eroe.
Nel frattempo, ad abundantiam, esce anche la canzone di Francesco Guccini, vero poeta in musica, che ci ricorda spesso, in un mondo dove regna bellamente la più dantesca ignavia, la forza di questo personaggio.
Anche se testo e musica non son suoi, ma lui li ‘aggiusta’ come solo lui da fare.

Francese, guascone, soldato, scrittore satirico e drammatico, la vita di Cirano Ercole Saviniano, Signor di Bergerac è stata alla base di molti romantici racconti, ma – a tutti gli effetti – leggende prive di storicità.

Una tantum, invece di rifugiarci nella fantasia, vediamo prima l’uomo Cirano, quello vero che era nato a Parigi, nel 1619, da Abel de Cyrano,
un borghese e avvocato al Parlamento, e da Esperance Bellanger,
Studia, per 6 anni tra i 13 ed i 19, in un collegio ed è, probabilmente, tra gli studenti che “studiano meno che possono” (secondo le lamentele di un suo insegnante). Già per questo, in attesa di diventare ben più famoso quasi due secolo più tardi, il ragazzo si rende simpatico.

E’ a 20 anni, con un colpo d’ala degno del personaggio più che dell’uomo reale (anche se a me piace sempre dire che la realtà ha sempre superato allegramente qualsiasi fantasia; purtroppo nel bene, ma anche nel male), che Cirano aggiunge al proprio cognome quello di un feudo – de Bergerac – che il padre aveva ereditato e nel frattempo già venduto.

Nel 1998, complice la disponibilità di moglie e figli, rientrando via terra da una spiaggia spagnola (Sitges, non lontana da Barcelona), facemmo una deviazione di nemmeno un grado di latitudine e ci sparammo una due giorni dalle parti di Bergerac che si trova al confine (sempre che non ricordi malissimo) tra Guascogna e Perigord. Questa ultima è la regione principessa (o una delle) per la produzione del ‘foie gras’: cibo buonissimo, ma decisamente pratica feroce e criminale dell’allevamento di un pennuto.

In realtà, a Bergerac, Cirano non solo non l’hanno mai visto, ma, a parte i nomi di qualche strada e di molti negozi e locali, del nostro eroico moschettiere non esiste traccia reale. In compenso, dicevo, siamo in un triangolo benedetto dove mangiare e (soprattutto) bere diventa una pratica assai lieta e piacevole.

Il Cirano vero, quasi a prefigurare o a dare a Edmond Rostand lo spunto per la creazione del personaggio, ha il vizio di una continua metamorfosi della propria identità con varie firme come Alexandre de Cyrano Bergerac oppure il “prediletto cognome-anagramma Dyrcona. Tangenza tra storia e racconto, nel 1639, insieme all’amico del cuore Lebret (che ritroveremo nell’opera teatrale e nel film), si arruola nella compagnia delle Guardie, tradizionalmente composta da gentiluomini guasconi.

Viene subito soprannominato dai cadetti “il demonio della bravura”.
Due sono le opere maggiori, pubblicate postume, il VIAGGIO VERSO LA LUNA (1657) e L’ALTRO MONDO O STATI ED IMPERI DELLA LUNA, una sorta di creazione utopica di un mondo perfetto che parte da una sorta di panteismo naturalastico (fosse mai stato in Giappone, in una cita precedente, come monaco shintoista?) A Cirano viene accreditata, assai prima di Jules Verne, la creazione fantastica del razzo spaziale, dell’aerostato e del paracadute. Nonché dei viaggi lunari. Mica poco, no?

Viene ferito due volte, una volta in un duello (e come poteva essere diversamente?) con un’altra guardia, e la seconda volta all’assedio di Arras nel 1640.

Nel 1654, il destino gli gioca un brutto scherzo (che ritroveremo citato da Rostand): una trave di legno gli piomba sulla testa e lo ferisce assai gravemente. Gli viene meno anche l’appoggio di un mecenate che lo costringe a trovarsi casa altrove.

Povero, malato, Cirano trova ospitalità presso un cugino e lì muore, ancora giovane (aveva solo 35 anni) il 28 Luglio del 1655.

La riscoperta di Cirano avviene oltre due secoli più tardi con l’opera di Rostand che incontra, incredibilmente essendo in contro tendenza con gli stili letterari del periodo, un enorme successo.

La caratteristica principale del personaggio è il suo naso (“che mi precede di un quarto d’ora”) che, per lui, indica un grande uomo, geniale, gentile, intellettuale, virile e coraggioso.

La storia è, tutto sommato, molto semplice.

Cirano ama segretamente, convinto di essere troppo brutto per dichiararsi, Maddalena Robin detta Rossana (a me piace di più l’originale Roxane, così come, inguaribile esterofilo, preferirei scrivere Cyrano).
Roxane (perdonatemi d’ora in avanti) è la classica (almeno così me la sono immaginata io; oltre a vederla raffigurata dal cinema) fanciulla debole, orfana, bella e insidiata dall’antipatico e prepotente aristocratico.

Intorno a Cyrano, meravigliosamente resi nel film, ci sono dei bizzarri personaggi come il pasticciere-poeta Ragueneau, il premuroso e pavido Le Bret, Lignière, ubriacone e sfaccendato.

Il primo atto si apre, nel 1640, all’hotel de Bourgogne, a Parigi, dove la città si ritrova per assistere ad una (insulsa) opera pastorale del celebre Montfleury; effettivamente contestato e fortemente criticato anche dal Cirano storico.

Il nostro eroe (e concediamocelo ogni tanto un eroe di quelli vecchio stampo che non sono in un esercito in un’operazione di ‘pace armata’) è lì per leggere una lettera aperta a Montfleury, quello che ritiene dotato di una pancia che è un “cavallo di Troia farcito di quarantimila uomini”.

E’ bella l’idea di Rostand di uno spettacolo nello spettacolo, come una poesia nella poesia o un quadro in un quadro (ad esempio la copertina dell’ultimo disco di Guccini “Ritratti”).

Per un momento, timido ed impacciato, si intravvede anche Cristiano di Nevillette, l’amico (???) e collega per il quale Cyrano troverà una ragione ancora più forte per rinunciare a Roxane.

Imperitura è la tirata di Cyrano sul naso con le sue venti varianti tra le quali sceglierei questa:
«Rustico: Ohè, corbezzole! Dàgli, dàgli al nasino! E’ un cavolo gigante o un popon piccolino?».

Così come (“e al fin della licenza, io tocco”) imperdibile è la premessa al duello con il Visconte:
«Raccomandati a Dio, bel principino!
Ecco, io m’inquarto, io paro, io fingo, io scocco…..
Eh, là! prendi, piccino!
Giusto alla fin della licenza, ho tocco.»

L’atto secondo – la rosticceria dei poeti – nella bottega del pasticciere Ragueneau nella quale l’incompreso poeta combatte duramente contro la moglie assai mal disposta verso le ‘follie’ del marito e l’accolita dei suoi amici. Fino a scoprire che la moglie ha strappato le pagine dei suoi scritti per renderli carta nella quale avvolgere pane e dolcetti.

La scena VII è tra quelle più importanti dell’opera, quando Roxane rivela al povero Cyrano di essersi perdutamente innamorata di un cadetto ammesso la stessa mattina delle Guardie e gli chiede di essergli amico.

Appena colpito da sì infausto destino, ecco Cyrano, amato e circondato dalle guardie, scoprire quanto insulso possa essere il bel Cristiano.
I colleghi, nella caserma, hanno appena spiegato a quest’ultimo che una parola deve essere sempre dimenticata che Cristiano esordisce così, appena viene presentato a Cyrano che è nel bel mezzo di un racconto:
Cyrano: «E andavo ruminando, che per uno da niente avrei forse potuto urtar qualche potente che mi avrebbe…»
Cristiano: «sul naso». E per ben otto volte, cita, in vari modi, l’innominabile protuberanza.
Cirano urla, strepita e chiede a tutti di lasciarlo solo con Cristiano.
Tutti fuggono convinti che il bel cadetto sarà fatto a fettine dall’impareggiabile spada di Cyrano.

Invece, Cyrano, ligio alle promesse fatte, inizia un dialogo per aiutare Cristiano nelle sue pene d’amore.

Il bello è quasi mai simpatico, ma a questo va riconosciuta una cosa: non è presuntuoso. E’ cosciente di essere apprezzato per il suo lato estetico, ma dichiara al volo la propria ignoranza in termine di parole, lettere e poesie.

La storia prende il via. Iniziano le lettere (che Roxane leggerà in confidenza al suo stesso autore, Cyrano, credendole scritte da quell’altro), i sospiri, i baci e così via.

Cyrano, sempre più macerato dal suo amore per Roxane, arriva addirittura a sostituirsi a Cristiano quando questi, sotto il balcone dell’amata, proprio non arriva nemmeno a ripetere i suggerimenti di Cyrano.

Si arriva così al matrimonio tra Roxane e Cristiano, il cui unico artefice è ancora Cyrano, ed alla successiva partenza delle Guardie per l’assedio di Arras, quando l’aristocratico odioso scopre che non potrà più allungare le mani sulla bella ragazza.

Cristiano viene colpito a morte e ha appena chiuso gli occhi quando Roxane, coi fidi Le Bret e Raguenau, irrompe sulla scena con una carrozza piena di “generi di conforto”.

Cyrano, all’apice del suo altruismo, difende la memoria di Cristiano confortando Roxane con dolci parole sull’amato cadetto.

Sono passati 15 anni, siamo nel fatidico, per Cyrano, 1655.
Rostand ha messo Roxane nel convento delle Dame della Croce a Parigi dove consuma i suoi giorni nel ricordo dell’eterno amore per Cristiano.

Cyrano, più guascone che mai e puntuale come un orologio svizzero, la va a trovare tutti a giorno fisso.
Oggi c’è anche il Duca De Guiche che infine ammette di invidiare Cyrano ridotto a mal partito da acciacchi e povertà (forse la più brutta delle malattie?), ma spirito liberissimo, senza padroni e mai domo.

Cyrano arriva, ma ha appena ricevuto in capo il colpo di trave (qui ipotizzato come atto violento di qualche suo nemico).

«Ecco il destino mio: far da suggeritore, – e meritar l’oblio!
(a Roxane)
Ricordate la sera in cui nell’ombra nera
Cristiano vi parlò? E tutta in quella sera
la mia vita. Ed intanto che in fondo io son restato,
altri a cogliere il bacio della gloria è montato!
E’ giusto, ed io consento sull’orlo dell’avello
che Molière ha genio, che Cristiano era bello!».

Roxane capisce tutto e si dispera.

Cyrano, guardando (forse come nella sua vera vita) alla pallida luna,
conclude l’opera e la sua esistenza.

«Ma che diavolo, andava a far, che c’era,
che mai ci nandava a fare egli in quella galera?
“Astronomo, filosofo eccellente.
Musico, spadaccino, rimatore,
Del ciel viaggiatore
Gran maestro di tic-tac.
Amante – non per sé – molto eloquente
Qui riposa Cirano
Ercole Saviniano
Signor di Bergerac,
Che in vita sua fu tutto e non fu niente!.
Io me ne vo…Scusate: non può essa aspettarmi.
Il raggio della luna, ecco, viene a chiamarmi.”

…perchè ormai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo Cirano…

Credo che la storia, in vita e sulle scene, di Cyrano sia una grande lode ai sentimenti più belli e puri che possono albergare nel cuore di un essere umano.

La rinuncia all’amore per se stessi, la difesa della parola data, il rispetto della memoria.

Pare, e non mi pare cosa da poco, che a metà del ’600, il bizzarro cavaliere fosse un oppositore della guerra e della pena di morte.

Grazie!

Per successive letture
The Lost Sonnets of Cyrano de Bergerac: A Poetic Fiction by James L. Carcioppolo (1998);
The Encyclopedia of Science Fiction by John Clute and Peter Nichols (1993);
Cyrano relu et corrigé: lettres, “Estats du soleil”, “Fragment de physique” by Madeleine Alcover (1990);
Cyrano de Bergerac: historiens, legendens og Rostands Cyrano de Bergerac: en biografi by Peter Jerndorff-Jessen (1984);
Cyrano de Bergerac: un model al barocului by Dolores Toma (1982); Cyrano de Bergerac and the polemics of modernity by Erica Harth (1970); Le patrimoine de Cyrano de Bergerac by J. Lemoine (1911);
La vie et les oeuvres de Cyrano de Bergerac by P. Brun (1909);
Cyrano de Bergerac: Sein Leben und seine Werke by H. Dübi (1906), Cyrano de Bergerac by Edmond Rostand (performed in 1897, publ. 1898, trans. among others by Brian Hooker and Anthony Burgess)

Le opere

* LA MORT D’AGRIPPINE, 1654 – La morte di Agrippina
* LE PÉDANT JOUÉ, 1654 – (non so tradurlo, scusat)
* HISTORIE COMIQUE DES ÉTATS ET EMPIRES DE LA LUNE, 1657 –
Selenarchia: Il governo del mondo sulla luna: la storia comica degli stati e degli imperi lunari.
* L’HISTORIE COMIQUE DES ÉTATS ET EMPIRES DU SOLEIL, 1662 –
Altri Mondi: La storia comica degli stati e degli imperi del Sole.
* ?UVRES COMIQUES, GALANTES ET LITTÉRAIRES, 1858
* LES ?UVRES LIBERTINES, 1921
* LETTRES D’AMOUR ET LETTRES SATIRIQUES, 1932
* ?UVRES, 1957
* VOYAGE DANS LA LUNE, 1977
* ?UVRES COMPLÈTES, 1978

Userid e Pwd

3 Giugno 2005 1 commento

Non ho capito ben perchè ma la password di accesso al blog è stata modificata, poco male, vecchi e nuovi iscritti del blog “libri” potranno richiedermela con una semplice mail

salut

il persecutore

Ucciderò Gianfranco Fini di Devil Buio

2 Giugno 2005 8 commenti

Fin dalle prime pagine, in cui avviene un rocambolesco scambio di armi, e nelle quali la scena cambia a ritmo serrato tra un pub di provincia e la BMW del ?figlio del padrone?, si capisce che questo libro si basa sulla narrazione veloce e sui più disparati colpi di scena a seguito di intrecci incredibili.

Il libro è da leggere tutto d?un fiato (o quasi), la storia si svolge a Pistoia, è ambientata ai giorni nostri, anche se fantasiosa potrebbe capitare davvero (se non è realmente accaduta), i dialoghi sono audaci ma si adattano bene alla situazione, alle persone e ai luoghi nei quali il romanzo si snoda.

Danny, il protagonista è un giovane che vive in famiglia, fa dei lavori precari e fa parte di un?allegro ed eterogeneo gruppo che ha abitudini etiliche assai di riguardo. La sua vita si divide tra l’albergo, il pub e il collettivo politico “Cuba Libre”, che Danny detesta come detesta le persone che ne fanno parte.
Il ?cameriere? (Danny lavora in un albergo) si trova, un po? per caso un po? per temperamento, invischiato in un sordido complotto che ha per fine l?omicidio dell?On. Gianfranco Fini. In questo piano, ad un certo punto, sono coinvolti in tanti, la polizia, con l?avvenente agente Aurora, i servizi segreti, con il falso terrorista Piero Stoppa, e naturalmente gli amici più fidati di Danny, Manolo, Max “il fascista”, e il vecchio Tarzan “quello grosso con la faccia da macellaio”. Oltretutto il povero giovane ha il suo bel da fare con l?universo femminile, che sembra essersi coalizzato contro di lui, con in testa l’eterea Neve.

Il lieto fine è assicurato, ma con l?amaro in bocca, perché alla fine, quando leggi l?ultima parola, chiudi il libro e ti fermi un momento a pensarci su, sei sempre più convinto che una certa parte di mondo è proprio uno schifo.

“Ucciderò Gianfranco Fini”
Devil Buio
Ed. Il Foglio