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Archivio Dicembre 2004

BlackOut – Gianluca Morozzi

21 Dicembre 2004 18 commenti


Terminata l’ultima pagina un sorriso acido ed affilato mi ha attraversato il volto illuminandolo e lasciandolo buio al punto giusto. Era da tempo che un libro non mi lasciava quella sensazione di soddisfazione compiaciuta come mi è capitato ieri, appena ho concluso la sua lettura. Di raccontarlo non se ne parla, i libri non si racconatno, si leggono e questo si potrebbe respirare, mangiare, bere e poi cagare e riprendere il ciclo..
Ben scritto, semplice, ma non semplicistico, lineare, liscio, molto piacevole e poco ostico. Ha del metafisico. Dietro la sua fenomenica facilità di lettura nascosta dietro non troppe ombre, ma ben registrate, affiora una realtà così difficile da digerire che risulta più facilmente invisibile. Riporto la citazione che l’autore appone prima dell’inizio del libro, è tratta da “The Invisibles” di Grant Morrison:

“E se vi fosse data la possibilità di fare qualunque cosa, senza che nessuno possa giudicarvi o punirvi, senza che nessuno vi dica ‘Basta, smettetela!’ fin dove vi spingereste? Più avanti di quanto siamo andati noi?”

Leggete.

69 cassetti – Goran Petrovic

20 Dicembre 2004 5 commenti


Immaginate se leggendo un libro aveste la possibilità di incontrare gli altri lettori…le persone che nello stesso momento stanno leggendo lo stesso vostro libro. Esiste questo strano spazio sospeso tra reale e virtuale? Il mondo che popoliamo ogni volta che apriamo un libro è solo nostro e dei personaggi o è affollato di anime che come noi si smarriscono tra le parole dell’autore? E quando poi chiudiamo il libro, resta traccia di noi? Possiamo apportarvi delle modifiche? Possiamo vivere in quest’altra dimensione parallela come nella nostra? Possiamo gioire, soffrire, stupirci, commettere crimini, innamorarci? E se poi l’imprescrutabile fato ci facesse incontrare l’amato/a nella realtà, ci riconoscerebbe?
Avvincente, accattivante, coinvolgente.
Per chi ama i libri, per chi ama la lettura, per chi ama la fantasia, per chi incontra sconosciuti in uno spazio virtuale…vi dice niente?
Buona lettura.

Titolo Sessantanove cassetti
Autore Petrovic Goran
Prezzo ? 15,00
Dati 335 p., brossura
Anno 2004
Editore Ponte alle Grazie
Collana Romanzi

American Tabloid – James Ellroy

18 Dicembre 2004 5 commenti


Si faceva sempre alla luce del televisore.
Alcuni latinoamericani agitavano armi da fuoro. Il capo del gruppo si piluccava insetti dalla barba e fomentava i suoi. Immagini in bianco e nero: tecnici della Cbs in divisa mimetica. Cuba, brutta storia, disse un annunciatore. I ribelli di Fidel Castro contro l’esercito regolare di Fulgencio Batista.

Howard Hughes trovò la vena e si iniettò la codeina. Pete lo osservò di soppiatto: Hughes aveva lasciato la porta della camera socchiusa.
La droga giunse a destinazione. Il volto di Big Howard si fece vacuo. Dall’esterno giunse lo sferragliare dei carrelli del servizio in camera. Hughes si tolse la siringa dal braccio e prese a scanalare. Howdy Doody rimpiazzò il telegiornale: perfetto per il Beverly Hills Hotel.

Pete uscì sulla veranda: vista sulla piscina, punto ottimale per la ricognizione. Pessimo tempo, oggi: nessuna stellina in bikini. Controllò l’ora, teso.

A mezzogiorno doveva procurare un divorzio: il marito si scolava i suoi pranzi da solo e adorava la passera in erba. Procurarsi il flash di qualità: le fotografie sfocate facevano credere che a scopare fossero due ragni.

Per conto di Hughes: scoprire chi si occupa di consegnare i mandati di comparizione per l’indagine dell’antitrust sulla TWA e convincerli a suon di dollari che Big Howard è partito per Marte.

[...]

Ava Gardner passò accanto alla piscina. Pete la salutò con un cenno; Ava lo mandò affanculo con il dito medio. Avevano dei precedenti: lui le aveva procurato un aborto in cambio di un fine settimana con Hughes. Pete L’uomo del Rinascimento: magnaccia, procacciatore di droga, gorilla e investigatore privato con licenza.

[...]

Jack K. era uno scopatore da sei minuti. Jack K. era un chiacchierone. Jack definitva “feccia criminale” gli esuli cubani. Jack giudicava Kemper Boyd un patetico arrampicatore sociale.

[...]
13/09/1963

Gentile signor Hoover,
il presidente Kennedy sta perseguendo una normalizzazione dei rapporti con il governo comunista di Cuba ed è molto preoccupato dal perpetuarsi delle azioni di sabotaggio con cui le organizzazioni degli esuli hanno preso di mira le coste dell’isola. Si tratta di gruppi estranei all’autorità della Cia, con basi in Florida lungo la Costa del Golfo.

Tali azioni clandestine devono essere soppresse. Il presidente pretende un intervento immediato, e ordina che tale missione venga considerata priorità sia dal Dipartimento di Giustidiza che dall’Fbi. Squadre di agenti con base in Florida e sulla Costa del Golfo dovranno procedere al sequestro degli armamenti trovati presso tutti i campi di addestramento non fondati dalla Cia o non ufficialmente autorizzati.

Tali retate dovranno iniziare immediatamente. La prego di raggiungermi nel mio ufficio alle 15.00 di questo pomeriggio per discutere i particolari dell’operazione e esaminare il mio elenco di obiettivi iniziali.
Ossequi.

Robert F. Kennedy

Fiabe italiane – Italo Calvino

8 Dicembre 2004 9 commenti


Questa recensione è una palla, è pesante come un termosifone di ghisa, anzi, come un tre assi Iveco. Leggete, se volete, ma a vostro rischio e pericolo. In seguito a tale avvertenza, l?autore declina ogni responsabilità inerente fratture di scroto, appisolamenti inopportuni, allucinazioni a sfondo mistico, senso di vomito e secchezza delle fauci. Inoltre ho la febbre e, non essendoci una ceppa da vedere in TV, nel pomeriggio mi sono documentato, dilungato assai, ho dato libero sfogo ad una discreta graforrea (parente digitale della logorrea) e al nozionismo più becero.
La fiaba e la favola rappresentano un genere letterario particolare che presenta sfumature poliedriche, dalle velleità didattico-etiche e pedagogiche al semplice stimolare il senso del fantastico per il puro divertimento dell?ascoltatore. Si potrebbero fare inoltre infinite distinzioni tra i vari tipi di favole e tra i loro scrittori (o trascrittori), da quelle incentrate su un personaggio diventato parte integrante dell?immaginario comune e paradigmatico di un certo comportamento o situazione a quelle che rappresentano solo una scusa per veicolare messaggi attraverso una metafora, da quelle truci e oscure a quelle solari e spensierate. Ma la maggior parte di loro è accomunata da una caratteristica che le rende materiale prezioso per linguisti, sociologi ed antropologi: l?essere per lo più la trascrizione di racconti secolari tramandati oralmente nelle famiglie di tutto il mondo. Non è difficile localizzare l’origine delle fiabe sin nei tempi più antichi, far coincidere personaggi immaginari e animali parlanti con esseri umani le cui caratteristiche personali vengono biomorfizzate o enfatizzate da una peculiarità fisica, castelli e re con capanne e capi tribù, le prove da superare con riti di iniziazione che si ripetono simili nelle culture di varie popolazioni.
Come si può ben intuire da quanto sopra, la fiaba come genere non è legata ad un preciso momento o ad un’area geografica particolare essendo sempre stata presente nell?arco della storia in bilico tra forma scritta e tradizione orale, ma ha la sua età dell?oro tra il seicento, come divertissement di corte e, soprattutto, l?ottocento con l?avvento del movimento romantico (tedesco prima ed europeo poi) che, denotando una certa sensibilità per il tema dell?ambientazione fantastica, la collocazione temporale degli avvenimenti narrati (individuabile di solito in un medioevo atemporale),il recupero delle tradizioni e peculiarità popolari, getterà le basi per quello che è ormai codificato come genere letterario a sé stante. Nell?arco dei secoli diversi personaggi hanno dedicato la loro attenzione alla stesura di fiabe e favole. Alcuni tra loro sono assolutamente insospettabili, altri talmente noti da vedere indissolubilmente legato il loro nome al genere fiabesco.
Dall?epoca greca ci arrivano le fiabe animaliste di Esopo (VII-VI secolo a.C.), dalla romana imperiale quelle di Fedro (15 a.C.? ? 50 d.C.?), entrambe caratterizzate da una forte componente morale espressa chiaramente nell?epilogo, nel XVII secolo vedono la luce alcune tra le favole più note con i francesi Charles Perrault (1628-1730, La bella addormentata nel bosco, Cappuccetto Rosso, Il Gatto dagli stivali, Cenerentola) e Jean De La Fontain (1621-1695, La cicala e la formica, Il lupo e l’agnello, L’Asino carico di spugne e l’Asino carico di sale, L’Asino vestito della pelle del Leone e tante altre, riprese come le prime direttamente dai classici greci e latini, sia come contenuti che come struttura), Jeanne Marie Leprince de Beaumont (1711-1780, chi cazzo è direte voi, l?ho detto pure io: è quella che ha scritto La bella e la bestia), Hans Christian Andersen (1805-1875, Il brutto anatroccolo, Il vestito nuovo dell’Imperatore, La sirenetta), Robert Browning (1812-1889, Il pifferaio di Hamelin), Lewis Carroll (1832-1898) con il suo Alice nel paese delle meraviglie (mia prossima recensione) e Attraverso lo specchio.
Tra gli insospettabili (santo Google) possono essere annoverati Leon Battista Alberti (1406-1472, che a voi magari non dirà nulla, ma chi ha a che fare con l?architettura lo conosce bene), Leonardo Da Vinci (ca.1452-1519, pure questo faceva quell?uomo!), Aleksandr Sergeevic Puskin (1799-1837), Lev Nikolaevic Tolstoj (1828-1910), Joseph R. Kipling (1865-1936), Oscar Wilde (1854-1900). Sfugge poi ad una catalogazione precisa l?episodio del Le mille e una notte, evocativa ed esotica raccolta di racconti di ambientazione orientale e medievale, presumibile antesignana del lavoro dei Grimm.
Il genere favolistico, infatti, trova i suoi più eminenti rappresentanti nei fratelli tedeschi Jacob e Wilhelm Grimm (1785-1863, 1786-1859) che compiono un?estesa operazione filologica di raccolta, catalogazione e trascrizione delle leggende e racconti vernacolari tedeschi sull?onda di quello spirito popolare, quel volksgeist, tipico del movimento romantico. Il loro lavoro, seppure soggetto a interpretazioni personali e ad un allineamento di temi, morale e linguaggio al loro status sociale di appartenenti alla borghesia, rappresenta un evento unico (credo) sino ad allora di divulgazione nazionale dei racconti dialettali tradizionali.I Grimm, letterati e filologi, dedicarono la loro vita in quest?operazione e portarono alla luce racconti ormai classici come Pollicino, Hansel e Gretel, Biancaneve, Ricciolidoro, I musicanti di Brema, Raperonzolo, Il Principe ranoccchio, Il pentolino magico, Le tre piume e molte, molte altre ancora più o meno conosciute.
Il panorama italiano vanta invece personaggi del calibro di Giovanni Francesco Straparola da Caravaggio (ca.1480-1557, famosissimo!), Giambattista Basile (1575-1632), Vittorio Imbriani (1840-1886), Luigi Capuana (1839-1915) e sopratutto Carlo Collodi (1826-1890) con il suo ?Le avventure di Pinocchio?, favola dal successo universale, anche se mi chiedo come possano uno scandinavo o un australiano apprezzare l?italianità di un libro come Pinocchio, senza contare descrizioni di luoghi, personaggi e situazioni fortemente tipicizzati (io ricordo con molto piacere il telefilm con Manfredi prodotto dalla RAI a suo tempo), ma ritengo che ugualmente potrebbero forse dire i tedeschi con i Grimm e i francesi con Perrault. In tempi più recenti possiamo annoverare Gianni Rodari (1920-1980), di cui in questo blog si è parlato QUI.
Se siete riusciti ad arrivare sino a qui siete degli eroi e soprattutto non avete una mazza da fare. Se foste stremati ed accasciati sul tavolo, battete un colpo con la mano sul monitor, capirò che siete ancora vivi e vi manderò dei soccorsi con le videocassette di tutte le edizioni del Grande fratello, L?isola dei famosi e Amici di Maria De Filippi. Oppure scrivete nei commenti ?pulepulepù fa il tacchino?. Ma poiché anche io mi sono abbondantemente fracassato le gonadi con questo lungo ex cursus, passerei a parlare del libro di Calvino, con cui ce la caviamo in fretta.
Nella lunga prefazione si parte con un?analisi della fiaba in generale e nella realtà italiana nello specifico, vengono poi esposti i criteri di lavoro, le ricerche compiute, una serie di nomi ed opere di favolisti italiani e, soprattutto, viene posta la vexata quaestio dell?assenza di un ?Grimm italiano?, una figura che rappresenti il punto di convergenza delle produzioni orali tradizionali delle regioni italiane. I tentativi, pur non producendo nulla di paragonabile all’opera dei fratelli tedeschi, furono svariati e l?interessamento al genere favolistico tradizionale poplare coinvolse personaggi illustri come, tra gli altri, i già citati Capuana e Collodi, ma anche Giosuè Carducci (1835-1907), Gabriele D?annunzio (1863-1938) e Benedetto Croce (1866-1952). E? nell?ottica di colmare, anche se con enorme ritardo, questa lacuna che prende vita questo libro. Un libro che, come dice Calvino stesso nella prefazione, ?sia anche un libro piacevole da leggere, popolare per destinazione e non solo per fonte? come, forse anche loro malgrado, fu l?opera dei Grimm. Insomma, la prefazione è un piccolo saggio sulla fiaba italiana, frutto delle ricerche compiute dall’autore su quelle che nell’ottocento venivano chiamate “novelline”.
Le fiabe, per quanto possibile, sono riportate con indicazione della regione d?origine e con le eventuali fonti. Sono tutte tratte da fonti d’origine popolare, come dicevo e trattano temi vari e disparati. Non sempre i protagonisti sono principi, principesse, re, streghe e fenomeni sovrannaturali. Soprattutto quelle che provengono dal sud d’Italia, sono storielle e motti di spirito che vedono come protagonisti poveri contadini, gente di umili origini e furbi villani. Il più delle volte rappresentano un desiderio di rivalsa del cosiddetto popolino contro un?aristocrazia ancora feudale, solitamente arrogante e prevaricatrice, che nei racconti viene dipinta spesso come ottusa, cattiva e perdente. Ma ci sono anche racconti che appagano quel sense of wonder che ci suggerisce una fiaba, con personaggi bizzarri e grotteschi, storie truci di assassinii e mutilazioni varie, soggetti fantastici, incantamenti, animali ed oggetti magici, atmosfere un po? gotiche e oscure. E sono queste quelle che ci piacciono maggiormente, no?
Trascrivo l?inizio di una delle favole del Trentino, dal titolo ?Il braccio di morto?

In un villaggio c?era l?usanza che quando moriva un fratello, la sorella doveva vegliarlo per tre notti vicino alla tomba al cimitero e, quando moriva una sorella, doveva vegliarla il fratello. Morì una ragazza e suo fratello, che era grande e grosso e non aveva paura di nulla, andò a vegliarla.
Quando suonò mezzanotte, dalle tombe uscirono tre morti e gli chiesero:
- Ci stai a giocare con noi?
- E perché no? ? lui rispose ? Ma dov?è che volete giocare? -
- Noi giochiamo nella chiesa ? dissero.
Entrarono in una chiesa e lo condussero giù in una cripta sotterranea che era piena di casse da morto mezze marce e di mucchi d?ossa umane alla rinfusa. Presero delle ossa ed un cranio e risalirono in chiesa.
Le ossa le misero ritte per terra.
- Questi sono i nostri birilli ? Presero il cranio ? Questa è la nostra palla -
E incominciarono a giocare ai birilli.
- Ci stai a giocare a soldi? -
- Sì che ci sto! -
Il giovanotto si mise a giocare a birilli col teschio e con le ossa ed era molto bravo: vinceva sempre lui e guadagnò tutti i soldi che avevano i morti. Quando i morti furono rimasti senza un soldo, riportarono palla e birilli nella cripta e se ne tornarono alle loro tombe.
La seconda notte i morti volevano la rivincita e si giocarono gli anelli e i denti d?oro: e vinse ancora il giovane.
La terza notte fecero ancora una partita e poi gli dissero:
- Hai vinto di nuovo e noi non abbiamo più niente da darti. Ma poiché i debiti di gioco vanno pagati subito, ti diamo questo braccio di morto che è un po? secco ma ben conservato e che ti servirà meglio d?una spada. Qualsiasi nemico tu toccherai con questo braccio, il braccio lo afferrerà per il petto e lo spingerà in terra morto cadavere, anche se è un gigante.
I morti se ne andarono e lasciarono il giovanotto con quel braccio in mano.
L?indomani portò a suo padre il danaro e l?oro guadagnati ai birilli e gli disse:
- Caro padre, voglio andare per il mondo a cercarmi fortuna -
il padre gli diede la sua benedizione e il giovanotto partì col braccio di morto nascosto sotto al mantello.

[...]

Fiabe italiane ? Italo Calvino
Arnoldo Mondadori Editore, collana Gli Oscar, edizione del 1968
due volumi, 670 pagine
Lire 800 (Eh, lo so! Che volete da me? Questo c?è scritto, fatevi voi i conti!)

Le rose di Atacama – Luis Sepùlveda

7 Dicembre 2004 6 commenti


Oggi vorrei parlare di un libro uscito qualche tempo fa? cavoli sono passati già quattro anni? beh pensavo meno.
Parlare di libri per me vuol dire di parlare di sensazioni e sentimenti, di quello che quei libri hanno provocato in me. In fin dei conti quando regaliamo un libro quello regaliamo. Regaliamo la speranza che un libro da noi amato susciti la stessa sensazione nella persona a cui lo doniamo.
Regaliamo emozioni. Ecco perché io regalo solo libri che ho letto.
Questo di cui vi parlerò oggi è un bel libro da regalare per Natale. E siccome ?fisicamente? non ve lo posso donare, mi limiterò a consigliarvelo.

Io ho una vera passione per Luis Sepùlveda. Da quando una persona ancora oggi a me tanto cara, anche se distante, mi regalo per Natale (eh eh, i corsi e ricorsi storici della vita eh?) ?La Gabbanella e il Gatto che le insegnò a volare?. La storia di Zorba, gatto nero grande e grosso, gatto di porto.
Da allora ho letto praticamente tutti i libri che quest?uomo ha scritto. E mi ha sempre regalato bei momenti di gioia, quei momenti che condividi in intimità con le pagine del libro. Puoi essere nella tua casetta arrotolata tra le coperte o sulla metropolitana accoccolata tra i sedili del vagone ondeggiante, cercando di creare una specie di alcova che ti protegga dal freddo e dagli sguardi della gente annoiata dalla vita e dalla quotidianità, ma quando tra te e il libro si crea quel rapporto di complicità assoluto? tutto sparisce e tu non vedi più lettere scritte su della carta ruvida, ma solo immagini. E? un momento magico quello. Con Sepùlveda mi capita sempre. Grazie Luis.

MA torniamo in tema. Vi volevo parlare oggi di un libro che si intitola ?Le Rose di Atacama?. Atacama? ci sono dei posti che solo il nome ti fa rabbrividire? Lo ripeti tra te, te lo arrotoli intorno alla lingua. Atacama è un deserti nel nord del Cile, mi pare, dove quasi ogni 31 marzo piove. E dopo la pioggia questo deserto duro e inospitale diventa rosso? tutto rosso, ricoperto da piccoli fiori color del sangue? le rose di Atacama appunto.
Questo libro è una raccolta di racconti, racconti brevi, brevissimi. A volte semplici schizzi di un quadro più ampio. Ma sono storie vere. Nate per non dimenticare delle persone. E per spiegare meglio questo concetto lascio la parola proprio a lui, all?involucro vivente di questa memoria. Per capire perché, a volte, si scrive e perché, a volte, si legge. Forse così, un pezzetto di immortalità ce la portiamo dietro tutti.

Un paio di anni fa visitai il campo di concentramento di Bergen Belsen, in Germania. In mezzo a un silenzio atroce, feci il giro delle fosse comuni in cui giacciono migliaia di vittime dell?orrore nazista, chiedendomi dove fossero i resti di una certa bambina che ci ha lasciato la più commovente testimonianza di quella barbarie e la certezza che la parola scritta è il più invulnerabile dei rifugi, perché le sue pietre sono unite dalla malta della memoria; non trovai alcun indizio che mi portasse ad Anna Frank.
Alla morte fisica, i boia avevano aggiunto la seconda morte dell?oblio e dell?anonimato. ?Un morto è uno scandalo, mille morti sono una statistica? affermava Goebbels, e questo è quanto hanno sempre detto e continuato a ripetere i militari cileni e argentini e i loro complici mascherati da democratici. Questo è quanto hanno sempre detto e continuano a ripetere i Milo?evi, i Mladi e i loro complici mascherati da negoziatori di pace. Questo è quanto ci viene continuamente sputato in faccia dai massacratori dell?Algeria, così vicina all?Europa.
Bergen Belsen non è certo un posta da passeggiate, perché il peso dell?infamia opprime, e all?angoscia del ?cosa posso fare io perché tutto questo non si ripeta mai più?? subentra il desiderio di conoscere e di narrare la storia di ciascuna delle vittime, di aggrapparsi alla parola come unico scongiuro contro l?oblio, di dare nome e voce alle vicende gloriose o insignificanti dei nostri genitori, dei nostri amori, dei nostri figli, dei nostri vicini e dei nostro amici. Di trasformare la vira in una vera e propria forma di resistenza contro l?oblio, perché, come ha detto il poeta Giomarâes Rosa, narrare è resistere.
In un angolo del campo di concentramento, a un passo da dove si innalzavano gli infami forni crematori, nella ruvida superficie di una pietra, qualcuno, chi?, aveva inciso con l?aiuto di un coltello forse, o di un chioso, la più drammatica delle proteste ?Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia?.
Ho visto le opere di molti pittori, ma scusate, a parte
Il Grido di Munch, ancora non conosco il brivido dell?emozione che può provare un dipinto. Ho anche osservato innumerevoli sculture e sono in quelle di Agustìn Ibarrola ho trovato passione e tenerezza espresse in un linguaggio che le parole non raggiungeranno mai. Credo di aver letto un migliaio di libri, ma mai un testo che mi sia parso così duro, così enigmatico, così bello e al tempo stesso così straziante come quello inciso nella pietra.
?Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia? aveva scritto una donna, forse, o un uomo. E quando? Pensava alla sua saga personale, unica e irripetibile, o l?aveva fatto in nome di tutti coloro che non vengono citati nei notiziari, che non hanno biografie, ma solo un labile passaggio per le strade della vita?
Non so quanto tempo rimasi davanti a quella pietra, ma man mano che scendeva la sera vidi che altre mani passavano sull?iscrizione per impedire che fosse ricoperta dalla polvere dell?oblio. Erano quelle di un tedesco, Friz Niedman, Federico Nessuno, che sopravvissuto all?orrore nazista gira cieco per la Germania cercando le voci dei carnefici. Di un argentino, Lucas, che stufo di discorsi ipocriti decise di salvare i boschi della Patagonia andina con il solo aiuto delle sue mani. Di un cileno, il professor Gàlvez, che in un esilio mai capito sognava la sua vecchia aula e si svegliava con le dita sporche di gesso. Di un ecuadoriano, Vidal, che sopportava i pestaggi dei latifondisti raccomandandosi a Greta Garbo. Di un italiano, Giuseppe, che era giunto in Cile per errore, aveva trovato i suoi migliori amici per errore, era stato felice a causa di un altro enorme errore e rivendicava il diritto di sbagliarsi. Di un bengalese, Simpah, che ama le navi e le porta alla demolizione ricordando loro le bellezze dei mari che hanno solcato. E del mio amico Fredy Taverna, che affrontò i suoi assassini cantando?
Tutti loro, e molti altri, erano lì a togliere la polvere dalle parole incise nella pietra e io capii che dovevo raccontare le loro storie.

Buona lettura!

Mi sono suicidato di già – Demetrio Paolin

6 Dicembre 2004 3 commenti


Lasciatemi fare una premessa.
Tutti voi conoscete le cose che dem posta nel suo blog. E se non le conoscete,porca miseria, correte a leggerle. Lo stile che dem ha nel suo libro e’ diverso, e
nella prima parte molto diverso da quello attuale, addirittura.
Adesso e’ asciutto, essenziale, matematico. Qui, nel suo primo libro, e’invece piu’ evocativo, e a tratti quasi lirico, orgasmico.
Cio’ pero’ che non e’ cambiato nel tempo e’ il disincanto che traspare dalle sue righe. D’altronde l’autore stesso definisce la sua opera un “trattato sul disincanto in quattro mosse”, e disincanto e’ pure poco per definire la condizione esistenziale di Giacomo, il protagonista.
Disillusione? Anche nichilismo, a tratti.
Il libro e’ scandito in quattro veri e propri “atti”, che fotografano quattro diversi momenti di vita di Giacomo, non avvenimenti eclatanti ma fatti di ogni giorno che per questo ci catturano e ci coinvolgono.
La fine di una storia. L’inizio di una nuova. Una cena a casa di amici. Una morte vera. Una morte finta, nell’ultimo di questi quattro atti dove Giacomo, novello partigiano Johnny, si trova a combattere una guerra simulata insieme ad una guerra interna invece molto vera e reale.
Lo stile di Demetrio nello scrivere è unico ed imparagonabile, nel libro lascia spunti di riflessione, alternati a cambi di tempo che proiettano in continuazione nelle situazioni descritte, ed il finale “non finale” è l’ultimo colpo di pennello del pittore.
Sfoglio le pagine di questo libro, rileggo quasi tutto, cercando delle parole da riportare qui per voi, ma non le trovo. Sono belle tutte.
Leggetelo, è linfa per ogni lettore moderno, per assetati di vita reale.

Mi sono suicidato di già Demetrio Paolin
prefazione di Mariarosa Masoero.
- Aosta : Stylos , copyr. 2003. – 163 p.-20 cm.
Collana Fantastylos 9.
ISBN 88-87775-20-6

Prezzo Euro 12,00

Riferimenti: editricestylos

In un milione di piccoli pezzi -James Frey-

6 Dicembre 2004 14 commenti


Immaginate di svegliarvi in aereo. Immaginate di non sapere da dove siete partiti né dove state andando e di non avere memoria delle ultime due settimane. Immaginate di avere quattro incisivi rotti, un taglio profondo sul viso e il corpo pieno di lividi. Immaginate di non avere né documenti né soldi né bagagli. Immaginate che la polizia di tre Stati vi stia cercando. Immaginate di essere alcolisti e tossicodipendenti da oltre 10 anni. Immaginate di avere 23 anni…

Le prime frasi del libro di James Frey ci sbattono in faccia una situazione scioccante: un uomo di 23 anni si risveglia a bordo di un aereo in uno stato al confine tra la vita e la morte, in seguito a una sequenza di abusi di alcol e droghe della quale egli stesso si ricorda soltanto vagamente. La famiglia, sbalordita e disperata, lo accoglie all?aeroporto di Chicago per trasferirlo immediatamente in un?importante clinica di riabilitazione del Minnesota. Qui, dopo una prima visita, un medico gli garantisce che morirà nel giro di pochi giorni se ricomincia a bere. Qui, Frey passerà due mesi spaventosi per disintossicarsi e confrontarsi con la furia interiore che da anni lo spinge a distruggersi. E soprattutto si troverà a dover fare una scelta: accettare di non vedere mai i suoi 24 anni oppure raccogliere i rottami della propria vita e agire. In modo drastico.
Circondato da pazienti in difficoltà come lui ? tra cui un giudice, uno spacciatore, un campione di boxe e una fragile ex prostituta ?, Frey lotterà per trovare il suo modo di affrontare le conseguenze di una vita vissuta all?estremo e per scoprire quale futuro lo stia aspettando.
In un milione di piccoli pezzi è una testimonianza dura e sconvolgente che riesce in un?impresa che pochissimi grandi libri finora hanno saputo realizzare: raccontare che cosa significa veramente smettere di bere o di drogarsi, affrontare e superare le debolezze e le paure più profonde per riprendere, infine, il controllo della propria vita.