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Archivio Novembre 2004

Il vizio del cinema

28 Novembre 2004 7 commenti


Spesso accade che i libri dedicati al cinema siano acquistati e letti solo da chi è appassionato di cinema. Nelle librerie, infatti, vi è un’apposita sezione “cinema”. Che poi in questa sezione, oltre ai manuali, ai saggi, ai testi didattici, alle sceneggiature e via dicendo vi siano anche dei piccoli gioielli, è un altro discorso.
Ora, se io non fossi appassionata di cinema, probabilmente questo testo non l’avrei neanche notato. E sarebbe stato un vero peccato, ve lo posso garantire.
Perchè questo non è solo un libro dedicato al cinema, ma è un libro di cinema, nato nel cinema, scritto da uno che il cinema lo fa di mestiere, e anche con discreto successo. Non per niente il sottotitolo recita: “Vedere, amare, fare un film”.

Gianni Amelio ci racconta in poche frasi circa 250 film che ha visto, rivisto, amato, tramite aneddoti e curiosità in forma di storiella.
E scopriamo, ad esempio, che Orson Welles usava un naso finto, pur avendone uno (vero) normalissimo. O che Martin Scorsese a 12 anni sognava già di fondare la “Marsco production”. O che gli americani forse non conoscono Silvana Mangano, citata in piccolo e per giunta al maschile (SilvanO) nel retro del DVD di “Ulisse” (Mario Camerini).
E ci ritroviamo a sorridere leggendo di una sala sconvolta al sentire la parola “puttana” ne “La dolce vita”, o a riflettere sul fatto che anche noi abbiamo fatto il tifo per “un’accolita di mascalzoni” guardando “Il Padrino”.

E di quei 250 film almeno la metà io non li ho visti, ma non c’è stato bisogno di saltare il paragrafetto o andare a cercare la trama su internet, perchè Amelio in quei paragrafetti ci ha messo tutta la passione di un vero amante del cinema, di uno che pensa ” [...] che il vizio del cinema, se ce l’hai, non lo puoi perdere. Altrimenti te lo puoi solo guadagnare.”

Gianni Amelio, Il vizio del cinema, 2004 – Einaudi Stile Libero

L’ombra del vento – Carlos Ruiz Zafon

19 Novembre 2004 68 commenti


Buongiorno a tutti e complimenti alla prosivendola per la splendida idea del blog con recensioni aperte.
Proverò ad essere all’altezza delle altre recensioni.
Oggi vi vorrei parlare di un libro che mi ha avvinto, emozionato, avvinghiato al divano. Trattasi de “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafon.
Uscito lo scorso anno in Italia, è diventato velocemente un caso letterario, mettendo d’accordo gusti diversi.
Si tratta di una specie di feuilleton (o polpettone, all’italiana) molto coinvolgente, con atmosfere cupe perfettamente disegnate, personaggi dannati e cattivissimi, storie di amori devastanti e di sentimenti laceranti.
Tutto parte dall’idea geniale del cimitero dei libri dimenticati. Un autore strepitoso ma introvabile, il mistero dei suoi libri distrutti negli anni, le poche copie che portano il lettore in avventure intricatissime eppure affascinanti, legate a doppio filo da una trama fitta, che si dipana a poco a poco.
Poichè non amo le recensioni che raccontano tutta la storia, mi asterrò da questa barbarie.
Vi dirò che il libro si legge d’un fiato, che accantonerete cinema e pizza per quei giorni in cui tornare a casa significherà pensare di riprendere in mano storia e libro.
Lo stile è simile a quello di alcuni narratori sudamericani, con ritmo serrato che lascia poco spazio ad inutili orpelli.
E’ uno di quei libri dai quali prima o poi ci faranno un film, giocoforza deludente per chi avrà vissuto le emozioni di Fermin Romero de Torres e Julian Carax con le immagini della propria fantasia.
Se non si fosse capito, ve lo consiglio.

Aloha

La vita meravigliosa dei laureati in lettere – Alessandro Carrera

17 Novembre 2004 7 commenti


Uno delle cose che mi piacciono di più di questo blog, è che si ospita il piacere di leggere libri e il piacere di parlarne.

Fui colpito dalla stessa impressione una volta che entrai da Feltrinelli e mi avvicinai ad una parete dove erano esposte in bella evidenza delle proposte non appartenenti alla categoria “best seller” (oddio, questa cosa mi ricorda una scena di Santa Maradona!).
Vi era, sotto ciascuna proposta, un bigliettino di accompagnamento, scritto a mano, con una brevissima presentazione.
Be’ non so se era una cosa standard, o se era una cosa fatta solo da quel punto vendita, ma mi piacque, e decisi di spulciarmi uno per uno i libri presenti su questa parete, leggendo prima il bigliettino.

Aprì il libro in una pagina a caso e mi ritrovai su questo brano.

“Rino viveva in un palazzo sui Navigli che di quando in quando ospitava laureati in lettere disoccupati. Gli inquilini abituali, che erano prostitute, travestiti, giocatori d’azzardo, buttafuori di locali notturni, guardie del corpo della malavita del quartiere, addetti alla riscossione crediti, venditori di gelati nei cinema pornografici e intrattenitori da crociera, tolleravano la presenza occasionale dei laureati in lettere disoccupati perché avevano pietà della loro misera condizione.
[...]
Un laureato in lettere disoccupato è una vista che spezza il cuore ai sassi. Un laureato in lettere disoccupato è uno che ha preso l’autostrada della vita, ha seguito per sbaglio dei cartelli di lavori in corso e adesso non sa più come rimettersi in corsia. Niente al mondo è più inutile di un laureato in lettere disoccupato. Un neutrino che vive per un miliardesimo di secondo porta più contributi all’universo di un laureato in lettere disoccupato. Una mutazione genetica sterile è più soddisfatta del suo ruolo nell’evoluzione della specie di quanto non lo sia un laureato in lettere disoccupato. Per questo a Rino non dispiaceva l’idea di vivere per una settimana nel palazzo di Renato, lungo e nobile, curvo come la circonvallazione su cui si affacciava, e nel quale tutti i laureati in lettere avevano un lavoro. Era come traghettare l’Acheronte al contrario ed essere riammesso tra i vivi.”

Divertente e surreale, è stata una lettura piacevole, iniziata appena tornato a casa (all’una di notte) e terminata dopo 3 ore (yaaaaawwwnn!).
Consigliato a chi piace questo tipo di letture, ai laureati in lettere con molto senso dell’umorismo (ma credo possa essere esteso), agli insegnanti di ogni ordine e grado (si parla molto di loro e della scuola pubblica) e tutti quelli che leggono un libro senza chiedersi perché.

La vita meravigliosa dei laureati in lettere di Alessandro Carrera
Sellerio Editore – 8,00 ?

La pazienza del ragno – Andrea Camilleri

16 Novembre 2004 11 commenti


Sì okkei, mea culpa. Ammetto che avevo dichiarato di stare leggendo ?radio libera Albermuth?, di Philip K. Dick. Ammetto che quest?altro libro volevo leggerlo dopo.
Ma lo sapete voi come accade no? Ci sono dei libri che sono proprio insistenti. Non hanno pazienza. Ti seguono e ti perseguitano. Ti chiamano con voce suadente o fanno i capricci se non vengono letti immediatamente.
Hai voglia a metterlo dietro gli altri libri, nasconderlo in fondo agli scaffali. La sua vocina insistente ti segue come una nenia ?leggimi?leggimi?leggimi?, e ti senti addosso il suo sguardo supplichevole contenente una muta disapprovazione perché lo hai abbandonato!
?Astardo.
E? quello che è successo con questo libro di Andrea Camilleri. Da giorni piagnucolava, la notte borbottava e parlottava con i suoi compagni di scaffale, ?Harry Potter e la camera dei segreti? e ?Nemesis? di Asimov. I santi volumi lo hanno sopportato per un paio di settimane in cui non faceva altro che ripetere ?ma vi pare giusto, ma insomma!??alla fine anche quei due, stanchi e con le occhiaie per le notti insonni sono intervenuti pregandomi, supplicandomi di mettere fine a quella tortura ?E leggiti sto libro iamm??, ?non riusciamo più a dormire, le nostre pagine sono tutte piene di orecchie perché pure la carta di è ammosciata dalla stanchezza!!!!?.
A quel punto basta! Ho preso sto benedettissimo libro e mi sono decisa a leggerlo. Per fortuna Dick non se ne è avuta a male. E? un libro pigro?beato a lui!

E veniamo quindi a questa recensione.
Come al solito Camilleri non delude. E io devo ammettere di avere un amore smodato per il commissario Salvo Montalbano, forse una tanticchia dovuta alla mia cotta adolescenziale per Luca Zingaretti. Che quando nuoto davanti alla casa di Marinella del commissario?ma non divaghiamo! Il libro dicevamo.
Certamente è il miglior libro della serie di Montalbano scritto dall?autore siculo. Un giallo che non è un giallo, dove non c?è un vero e proprio delitto. O meglio, un delitto c?è, ma non quello che ci viene presentato fin dalle prime pagine. E? un delitto più sottile, fatto di amore e di odio, di fiducia mal riposta e basato sul solito problema: non tutti quelli che amiamo meritano il nostro amore.
Montalbano in questa nuova avventura è un uomo che ha raggiunti appieno la sua maturità. Che, come dice lui, forse si sta rammollendo, ma che in realtà forse sta iniziando a fare i conti con la propria vita. Che non è perfetta. Perché il bello del Commissario di Vigata, è proprio questo. E? umano. E? imperfetto, è come noi. Fa errori e li paga. L?happy end è dato solo dalla consapevolezza e dalla serenità di aver sempre fatto le proprie scelte di vita in piena libertà.
Montalbano ci mette davanti, in maniera leggera e pesante allo stesso tempo, quesiti decisamente difficili da affrontare a mente serena. Il concetto di giustizia. Che è diverso da quello di legge.
?Non c?era stata una volta in cui Livia l?aveva aspramente rimproverato di agire come un dio minore, come un piccolo dio che si che si compiaceva ad alterare i fatti o di disporli diversamente? Livia si sbagliava, non era un dio, assolutamente. Era solo un omo che aviva un pirsonale criterio di giustizia supra a ciò che era giusto e ciò che era sbagliato. E certe volte quello che lui pinsava giusto arrisultava sbagliato per la giustizia. E viceversa. Allura, era megliu essiri d?accordo con la giustizia, quella scritta supra i libri, o con la propria coscienza??
E allora, alla fine della sua carriera di ?sbirro?, il commissario si prende delle libertà, delle licenze? perché? Perché lo fa? Perché si sente veramente un dio minore? No?.
E ce lo dice lui il motivo:
?Pirchì sono rimasto affatato dalla qualità, dalla purezza del sentimento tò di odio, sono pigliato da quello di dannato che è capace di passare pi la tò testa, dalla friddizza e il coraggio e la pazienza coi quali hai eseguito quello chi volivi, dall?aviri messo in conto il prezzo da pagari e di essiri già pronta a pagarlo. E l?ho fatto macari pi mia, pierchì non è iusto che ci sia sempri chi patisce e chi gode al prezzo del patimento d?altri e con favore della cosiddetta liggi. Può un omo, arrivato oramà alla fine della so carriera, arribbillarsi a uno stato di cose che ha contribuito a mantiniri??
Mi pare non ci sia altro da aggiungere.

La neve se ne frega

15 Novembre 2004 11 commenti


Titolo: La neve se ne frega
Autore: Ligabue Luciano
Prezzo di copertina ? 14,00
Dati 234 p., brossura
Anno 2004
Editore Feltrinelli
Collana I canguri

Bello. Proprio bello.
E sì che proprio non volevo leggerlo! avevo sentito che era ambientato nel futuro e a me queste cose pseudofantascientifiche non sono mai piaciute…poi però gli amici hanno insistito e, si sa, le cose più belle che abbiamo letto le dobbiamo a delle persone care. Così ho cominciato a leggerlo e a quel punto non sapevo più se odiarli o amarli, questi amici che mi hanno “condannato” a una lettura tanto piacevole e affascinante da non riuscire più a smettere! Uno di quei libri che non vedi l’ora di finire e che poi ti dispiace quando sono finiti, perchè ti mancheranno.
Lo stile di Ligabue è incredibilmente scorrevole e godibile, l’atmosfera accogliente come quella di un film ben realizzato, le descrizioni vive e intense, vicine alle proprie sensazioni.
C’è l’amore, l’amicizia, la vita, la morte, il lavoro, i rapporti, lo scopo del nostro esistere, se c’è, la gelosia, i dubbi quotidiani, le parole, i silenzi e…la neve. La neve e la sua magica presenza…

In omaggio a Wuthering Heights e ilpiccolopapero: "Del amor y otros demonios"

12 Novembre 2004 3 commenti


?En la tercera hornacina del altar mayor, del lado del Evangelio, allí estaba la noticia. La lápida saltó en pedazos al primer golpe de la piocha, y una cabellera viva de un color cobre intenso se derramó fuera de la cripta. El maestro de obra quiso sacarla completa con la ayuda de sus obreros, y cuanto más tiraban de ella más larga y abundante parecía, hasta que salieron las últimas hebras todavía prendidas a un cráneo de niña. En la hornacina no quedó nada más que unos huesecillos menudos y dispersos, y en la lápida de cantería carcomida por el salitre sólo era legible un nombre sin apellidos: Sierva María de Todos los Ángeles. Extendida en el suelo, la caballera espléndida medía veintidós metros con once centímetros.?

Il giovane giornalista Gabriel García Márquez debe scrivere un articolo sulla demolizione del Convento di Santa Chiara, dove si alzerà un albergo cinque stelle. Lì è testimone dello svuotamento delle cripte funerarie. A colpo di mazzetta e scalpello vengono esumati i resti del vicerre del Perù e della sua amante segreta, un vescovo, alcune prioresse? e di una bambina dalla lunghissima capigliatura del colore del rame.

Così inizia la storia dell?amore di Sierva María de Todos los Santos e Cayetano da Silva. Un amore più forte dell?ignoranza, della superstizione, dell?intolleranza.

Sierva María de Todos los Santos è una bambina che, ignorata dal padre e odiata dalla madre, non ha altro affetto che quello di una schiava della famiglia.

La bambina parla la lingua degli schiavi, balla le loro danze, appare nelle stanze della casa all?improvviso senza fare alcun rumore, come un piccolo fantasma. Così i genitori cominciano a guardarla da un punto di vista diverso. Adesso non la ignorano più. Adesso lei incute loro paura. La sua presenza nella casa diventa scomoda, loro si vergognano di lei. La bambina è una negra dalla pelle bianca. Una marchesina scalza. Strana creatura dai vestiti strappati e dai piedi sporchi.

Poicché la bambina ha quell?atteggiamento ?strano? ed essendo stata morsa da un cane con la rabbia quando era piccola, la conclusione è che Sierva María de Todos los Santos è posseduta dal Demonio, motivo per il quale viene consegnata alla Chiesa, affincché essa si ?occupi? di lei.

Cayetano da Silva è il giovane prete incaricato di esorcizzare Sierva María.

Bastano poche visite alla sua cella nel Convento di Santa Chiara per far nascere l?amore tra di loro.

Un amore che sfida tutto e tutti. L?amore più difficile e più bello che sia mai esistito.

Non vi dirò di più perché credo che lo dovete leggere.

Si tratta di uno dei romanzi più belli di García Márquez, dove la magia si palpa e si respira in modo particolare. Un libro che io divorai, ansiosa di finirlo e allo stesso tempo volendo che non finisse mai.

L?amore non è uno, e non è uguale per tutti, come dissi nella recensione precedente (?Memoria de mis putas tristes?)

L?ignoranza ed i pregiudizi sono, a volte, le arme più pericolose.

Questi sono due dei molti insegnamenti che si possono trarre dall?opera del maestro.

Buona lettura a tutti e un saluto affettuoso, specie per Wuthering Heights e per il piccolopapero, che come me amano l’opera di Gabriel García Márquez.

Il miglio Verde dal libro al film

5 Novembre 2004 5 commenti

LOPERA LETTERARIA
Il romanzo di Stephen King è stato pubblicato suddiviso in sei puntate di cadenza mensile tra l’Aprile e il Settembre 1996, alle quali corrispondono le sei parti in cui il libro è scandito.
Il Miglio Verde presenta la struttura formale di un romanzo di memoria, nel quale il protagonista Paul Edgecombe narra, in una classica omodiegesi, la propria storia riguardante un preciso periodo della propria vita, ma le tematiche affrontate rientrano nella dimensione del dramma carcerario, con le annesse riflessioni sul rapporto umano tra detenuti e carcerieri e l’impossibilità dell’uomo di accettare la morte, ma allo stesso tempo, la sua scelta di farsene portatore; su questo impianto
drammatico realistico, King innesta lelemento di tipo fantastico e soprannaturale del prigioniero con poteri curativi, sul quale sarà imperniato lintero nucleo del racconto.
La narrazione ha inizio in modo impersonale, con la collocazione temporale degli eventi allanno 1932 nel Blocco E del penitenziario di Cold Mountain, ma repentinamente nellesposizione si palesa la figura del narratore in prima persona, il soprintendente del carcere Edgecombe, il quale rende nota la propria partecipazione agli avvenimenti passati che andrà a raccontare e nello stesso tempo definisce la propria posizione nel presente come >.
Nel corso del libro la focalizzazione si mantiene rigorosamente interna, data la natura dellesposizione come scrittura autobiografica del narratore: i personaggi, gli ambienti e lintero mondo, sia risalenti al passato lontano della storia principale, sia al passato più prossimo della vita alla casa di riposo e sia al presente in cui il narratore dice di scrivere, sono visti attraverso gli occhi del protagonista Paul.
La temporalizzazione degli eventi segue il percorso di memoria del narratore, che sceglie come punto fermo lautunno dellanno 1932 e il sopraggiungere al miglio verde del detenuto John Coffey per iniziare il racconto sotto forma di memorie scritte; ben presto la comparsa dei vari personaggi che popolano il resoconto dellanziano scrittore offre lopportunità allo stesso di tornare ulteriormente a ritroso coi ricordi e narrare la vicenda della comparsa del topo Jingles e le brevi esistenze nel Blocco E dei vari detenuti verso latto conclusivo dellesecuzione sulla sedia elettrica; tale salto cronologico è segnalato esplicitamente dal narratore che invita leventuale lettore delle sue memorie a tenere a mente la figura di Coffey, mentre egli ripercorre alcuni episodi che precedono larrivo del gigantesco prigioniero, la cui descrizione è avvolta volontariamente da un alone di mistero da King – Autore, come a doppiare e rafforzare con un artificio letterario la sospensione del flusso mnemonico del narratore. In occasione di questa retrospettiva sugli avvenimenti antecedenti la storia centrale, introducendo i nuovi personaggi, Edgecombe rimanda il lettore ai futuri sviluppi, soprattutto tragici, che occorreranno alle vite dei vari Delacroix, Wharton e Percy Wetmore; tali anticipazioni riguardano la natura stessa della narrazione, scaturita da una serie di ricordi, che riaffiorando coinvolgono emotivamente lanziano narratore portandolo a replicare nel suo scrivere landamento frammentario e discontinuo della sua memoria.

Il racconto dei vari episodi riguardanti i detenuti al miglio verde si arresta con la nuova comparsa del personaggio di John Coffey, che viene ripresentato non nel momento della sua entrata al penitenziario, punto nel quale Edgecombe aveva compiuto tale balzo a ritroso nel racconto, bensì ormai pienamente integrato nella vita al carcere e quindi assurto a figura centrale della narrazione riguardante lautunno del 1932, che non subirà ulteriori sfasamenti nellasse cronologico, proseguendo in ordinata diacronia, terminando con lesecuzione del detenuto guaritore. Data la struttura narrativa del libro come racconto che emerge dalla memoria, alla scrittura degli avvenimenti che riguardano il passato, lanziano Paul interpola dei brevi episodi inerenti la sua attuale vita nella casa di riposo di Georgia Pines che hanno un duplice carattere: fare un riepilogo e talvolta accennare una riflessione su quanto scritto fino a quel punto e ciò che andrà a scrivere, ma soprattutto fornire una descrizione aneddotica della sua esistenza quotidiana, su fatti quasi contemporanei al momento in cui scrive, che permettono allAutore di caratterizzare più in profondità il personaggio narratore; King inserisce tali passi allinizio di ogni sezione del libro che, essendo stato pubblicato in dispense, deve fornire una sorta di ricapitolazione introduttiva al lettore degli avvenimenti narrati in precedenza; inoltre questa scrittura a puntate dellAutore ricalca perfettamente la stesura delle memoriale del narratore, dato che ad ognuna delle sei parti in cui è diviso il romanzo corrisponde una parte dei ricordi scritti di Edgecombe.

LOPERA FILMICA
Nella trasposizione filmica, ad opera di Frank Darabont, lorganizzazione sequenziale del racconto è resa più regolare e comprensibile, eliminando i vari sfasamenti temporali tipici dellesposizione – memoriale del narratore e includendo il nucleo centrale della storia, come un racconto in flashback allinterno di una cornice.
Durante la presentazione dei titoli di testa, viene mostrata una breve sequenza, di taglio onirico, in cui le immagini con dei piani ravvicinati mostrano delle persone che corrono in mezzo allerba alta in modo affannoso, ed una di esse raccoglie un frammento di tessuto; le riprese sono rallentate, non vi è alcun commento musicale, né viene proposto alcun effetto sonoro intradiegetico, e al termine di esse compare il titolo del film. Lappartenenza di tale scena al regime del sogno, è resa esplicita dalla prima inquadratura al termine dei titoli, che rappresenta un primissimo piano degli occhi del protagonista Edgecombe, appena risvegliatosi da un sogno, o per meglio dire da un incubo, che sente risuonare ancora nella sua mente le parole di minaccia che lassassino rivolgeva alle bambine prima di ucciderle.

La sequenza iniziale mostra lanziano Paul durante una tipica giornata nella sua ultima residenza, la casa di riposo: dopo essersi alzato dal letto, egli fa colazione in mensa, scambia alcune battute con un inserviente, prende un impermeabile ed esce fuori per una passeggiata, raggiungendo una baracca; tutti questi elementi sono presenti nel libro perché facenti parte delluniverso in cui il narratore scrive (lospizio) e perché sono parte integrante degli episodi accaduti in ospizio che influiscono sulla vita del narratore (le passeggiate nel bosco, gli scontri con linserviente Dolan, i dialoghi con lamica Elaine). Mentre il film fonde e presenta tali dati per fornire una sommaria descrizione dellambiente in cui il protagonista si muove e agisce.
La sequenza successiva mostra la sala TV dove un gruppo di anziani discute sul programma da guardare, mentre Paul rassicura lamica Elaine sul suo stato, confessando comunque di avere il sonno turbato; la televisione viene sintonizzata su un canale che sta trasmettendo il film Cappello a Cilindro”, con Fred Astaire e Ginger Rogers che danzano sulle note di Im in Heaven; il regista alterna linquadratura del televisore sul quale scorrono le immagini in bianco e nero, con il volto di Edgecombe, avvicinandosi ad entrambi con un lento movimento di macchina in avanti: ad una smorfia di sofferenza delluomo sfociata in pianto, si percepisce come quella visone e, soprattutto, quella musica abbiano scatenato in lui qualcosa che lo spettatore può solo intuire: i ricordi che riaffiorano. Infatti quella pellicola è la stessa che le guardie del miglio verde fecero vedere a Coffey, per esaudire un suo ultimo desiderio prima dellesecuzione, come mostrato nel finale del lungo flashback che è il nucleo del opera filmica. Tale espediente permette di creare una sorta di movente per il ricordo, che nel testo di King,non esiste, in quanto gli elementi che scatenano la scrittura del vecchio uomo sono vari (il parallelo tra la crudeltà dellinserviente Dolan e la giovane guardia Percy, laffetto provato per Elaine come per la perduta moglie, la ricomparsa del topolino Jingles, un film noir con lattore Richard Widmark lo porta allo spiacevole ricordo dellassassino Wharton), ma tutti riconducibili alla condizione delluomo che vive di ricordi, intrappolato dai fantasmi del passato. Nellinquadratura successiva gli spettri della memoria si materializzeranno: Paul, seduto ad un tavolo in veranda, esortato dallanziana confidente, sentenzia: >;
così, ormai varcata la soglia della memoria, Edgecombe rivelerà genericamente il suo passato da sovrintendente carcerario, il miglio verde, la sedia elettrica; poi, come una progressiva messa a fuoco dei ricordi, la cronologia si fa precisa: il terribile anno 1935, lanno di John Coffey, lanno del terribile delitto delle gemelline.
Così, dopo uno stacco, le immagini mostrano un gruppo di carcerati al lavoro, mentre intonano una cantilena; le inquadrature sono varie e prolungate, danno un segnale forte riguardo la collocazione spazio temporale della scena: siamo indubbiamente nel passato, forse nei pressi di un carcere.
La successiva ripresa frontale presenta il sopraggiungere di un veicolo, seguita dallimmagine dellinterno dello stesso con due guardie; poi uninquadratura laterale in campo lungo vede il passaggio della camionetta a velocità sostenuta con sullo sfondo un imponente edificio isolato. Le immagini seguenti chiariscono che la destinazione dellautovettura è linterno del penitenziario, del quale vengono mostrati i cancelli e le porte sbarrate che sia aprono. Tutto ciò prelude all’entrata nel braccio della morte di Coffey: le varie inquadrature lo mostrano nellincedere lento tra i custodi che lo scortano, ma le riprese strette tagliano la visione della testa per metterne in risalto l’enormità al confronto di un uomo di corporatura normale e, metaforicamente, di natura umana al cospetto di una creatura soprannaturale. Precedentemente al giungere del gigantesco carcerato, il regista mostra per la prima volta allo spettatore il miglio verde; uninquadratura breve, statica, mostra la lunga prospettiva del corridoio da un punto di vista piuttosto ribassato, con ai lati la successione delle celle, come un’unica parete di sbarre.
Per tutta la durata del film la spazialità opprimente dei corridoi che percorrono il Blocco E è rappresentata con lentissimi carrelli all’indietro o in avanti che annunciano l’ingresso ortogonale dei carcerieri, il tutto in uno spazio vuoto delimitato da griglie; a tutto ciò fa da contrasto luso di primi piani sui prigionieri e sulle guardie che ne scandagliano la personalità e la i tratti distintivi superficiali. Paradigmatica a tal proposito è liniziale primo piano che svela il volto di Coffey: con un rapido movimento di macchina, linquadratura percorre limponente busto dellenorme detenuto fino a mostrarne le fattezze del viso, smarrito e confuso, come a smorzarne la spaventosa figura.
Dallanalisi dello scorcio iniziale della pellicola ne emerge che la struttura narrativa del romanzo è semplificata e stravolta in taluni aspetti. Innanzitutto Darabont sopprime la narrazione in prima persona : il regista, durante il lungo flashback introdotto dalle parole del protagonista a Elaine, non ricorre alluso di una voce narrante di tipo intradiegetico, come avrebbe potuto fare sfruttando il racconto di Paul tramutato in enunciazione orale; inoltre, nel romanzo, gli eventi narrati sono stati vissuti in modo diretto da Edgecombe, o comunque gli sono stati riferiti da terzi e lui li riporta nel suo resoconto (come il prelevamento del detenuto Wharton allospedale), mentre il film mostra anche situazioni a cui ragionevolmente il narratore Edgecombe non ha partecipato e che quindi si possono classificare come inserti narrativi impersonali, obiettivi, appartenenti ad un implicito narratore extradiegetico onniscente (ed esterni alla struttura narrativa propria del testo letterario di King) nel tessuto dellampia rievocazione dellautunno 1935 (la sceneggiatura posticipa gli avvenimenti del libro, risalenti al 1932). Esempi di tali innesti registici si riscontrano nellepisodio in cui Coffey soffre fisicamente il supplizio dellesecuzione di Delacroix o liniziale scena descrittiva con i carcerati ai lavori forzati; ma soprattutto Darabont colloca gli eventi riguardanti lanziano allospizio come una cornice esterna alla narrazione, della quale ovviamente Edgecombe non ne è il narratore, mentre in King è tutto compreso nella narrazione del vecchio uomo che scrive, anche gli avvenimenti accaduti solo la notte precedente.
Il regista varia anche la disposizione cronologica di alcuni eventi, accorpandone la durata per snellire il racconto: lapparizione del topolino al miglio verde è contemporanea alla presenza di Coffey e di Delacroix, mentre nel libro è posta precedentemente allarrivo di ambedue i detenuti; inoltre se in King la consapevolezza del soprintendente riguardo linnocenza del pacifico John è data a dallindizio riguardante lincapacità di questultimo di fare nodi, ed in parte dal contatto soprannaturale che il protagonista ha avuto col guaritore, nel film si dà esclusivo risalto allevento prodigioso, con una sequenza che alterna immagini di Edgecombe stretto dalle mani di Coffey e immagini della casa delle gemelline uccise, con un primo piano di un tatuaggio che anticipa la figura di Wharton, ormai identificato sia da Paul, sia dallo spettatore come il responsabile del delitto, anche se non viene mostrato nella successiva immagine dellassassino che minaccia le bambine.
Nel finale, al termine del racconto – flashback, il film mostra i due anziani ancora seduti al tavolo da dove è partita la narrazione di Paul; luomo condurrà lamica alla baracca dove incontreranno lormai vecchio topo Jingles, che come dirà lo stesso Edgecombe, ha ricevuto come lui in dono da Coffey un sorta di vitalità portentosa, che li ha portati ad una esistenza così lunga. Paul inizia un monologo sulla sua condizione particolare che lo costringe a vedere morire le persone a lui più care, che continuerà in modalità di voce over fino al termine del film, mentre le immagini scorrono mostrando il futuro funerale di Elaine e un immagine del giovane Edgecombe al miglio verde intento a raccogliere da terra il topo che con una dissolvenza si trasfigura nellimmagine dellormai vecchio soprintendente nei corridoi dellospizio; la sequenza finale nella camera di Paul con un movimento di macchina continuo passa in rassegna una fotografia della giovane moglie sul comò, il corpo delluomo a letto che voltandosi sul lato opposto indirizza lo sguardo della cinepresa verso la finestra dalla quale risplende la luna, che con una dissolvenza esibisce un primo piano del topolino Jingles, ormai moribondo nella sua scatola di sigari.
Durante questultima sequenza la voce over di Edgecombe, come ad esplicitare la tematica di fondo del film e presente anche nel libro, anela ad una morte ormai liberatoria, perché il miglio verde della vita è per alcuni interminabile, per altri lo spazio di un passo, ma che per tutti ha ineluttabilmente un termine.

IO UCCIDO di Giorgio Faletti

4 Novembre 2004 10 commenti


IO UCCIDO

A Montecarlo, nel patinato principato della Costa Azzurra, si stanno verificando una serie di cruenti omicidi. L?assassino è un uomo freddo, spietato, folle, eppur geniale, che riesce a tenere in scacco la polizia e l?agente dell?F.B.I. associato alle indagini Frank Ottobre.
Il libro di esordio di Giorgio Faletti, è un giallo noir a tinte forti. La trama è semplice e lineare. Un uomo uccide. E annuncia, dalle antenne di radio montecarlo, i suoi omicidi, durante il programma del d.j. Jean Loup Verdier ?Voices?, fiore all?occhiello dell?emittente monegasca.
Il commissario Hulot e il suo vecchio amico Frank Ottobre, un uomo in preda a una forte crisi personale, si lanciano sulle tracce di questo omicida che sceglie le sue vittime tra gli esponenti del Jet Set mondiale. Non hanno indizi, tranne uno: gli spezzoni di brani misicali che l?assassino, che si fa chiamare Nessuno, manda in onda durante le sue telefonate.

Io Uccido è un romanzo avvincente e per certi versi raccapricciante. I personaggi hanno profondità e spessore, sono umani. Ognuno ha i suoi piccoli drammi quotidiani, ognuno di loro, a modo sua non è un santo.
La capacità di Faletti sta proprio qui. Nel non tracciare mai una linea netta tra il bene e il male, il bianco e il nero, attraverso un uso sapiente dei toni grigi.
Se devo essere sincera, mi sono avvicinata con una certa perplessità a questo romanzo, avendo presente il passato di cabarettista e comico di ?Drive in? di Faletti. Ma se si riesce a scacciare la voce del personaggio Vito Catozzo che da dentro le orecchie risuona appena si apre la prima pagina (?porco mondo che ciò sotto i piedi?, tra l?altro è il titolo di un altro, antecedente romanzo comico di Giorgio Faletti dedicato al suo personaggio preferito), allora ci si riesce pienamente a calare nel romanzo, che, malgrado la mole non indifferente, si legge tutto d?un fiato.
Intelligente, sagace, a momenti ironico, decisamente intrigante.

Un libro che consiglio a tutti, ma con una avvertenza. Se avete lo stomaco debole, lasciate stare.

?-E allora perché hai chiamato, perché stai qui a parlare con me?
- Perché io sono solo.-
Jean Loup chinò la testa sul tavolo e se la strinse fra le mani.
- Parli come un uomo che se ne sta chiuso in una prigione.-
- Tutti siamo chiusi in una prigione. La mia me la sono costruita da solo, ma non per questo è più facile uscirne.-
- Mi spiace per te. Credo di intuire che non ami la gente.-
- Tu la ami?-
- Non sempre. A volte cerco di capirla e quando non ci riesco cerco almeno di non giudicarla.-
- Anche in questo siamo uguali. L?unica cosa che ci fa differenti è che tu, quando hai finito di parlare con loro, hai la possibilità di sentirti stanco. Puoi andare a casa e spegnere la mente e ogni sua malattia. Io no. Io di notte non posso dormire, perché il mio male non riposa mai.-
- A allora tu che cosa fai di notte, per curare il tuo male?
Jean Loup incalzò leggermente il suo interlocutore. La risposta si fece attendere e fu come se un aggetto avvolto in diversi strati di carta prendesse lentamente luce.
-Io Uccido?-?

Okkei, questa sopra è la recensione ?seria? cioè quello che direbbe una persona sana di cervello. Ma non mi chiamo Luna Lovegood a caso (per chi volesse saperne di più si leggesse ?Harry Potter e l?ordine della fenice?. Ovviamente dopo essersi letto gli altri quattro volumi precedenti della saga?.).
Quindi. A me in certi punti il libro ha fatto paura? in altri proprio schifo schifo? o kifo kifo come direbbe una piantina violacea di mia conoscenza :)
E? scritto bene e, strano per un libro, c?è anche la colonna sonora. Ovviamente strano per un babbano. Noi maghi siamo abituati.
E? un libro molto sensoriale. Vista, tatto, olfatto e udito sono assai presenti in tutto il romanzo. Che è un giallo, ma non solo.
A me è piaciuto, malgrado non sia una appassionata di genere.
L?ho letto tutto d?un fiato, cosa che non mi capitava da un po?. C?è da dire una cosa a favore di Faletti. Non se la tira. Niente citazioni colte ( o non troppo colte, in fin dei conti è sempre un laureato e sa il fatto suo. Insomma, non è solo Vito Capuozzo ecco!).
Ecco, magari è un libro un poco maschilista. Non ci sono donne poliziotto, o ispettrici di polizia. Ci sono mogli, amanti, attrici. O fragili o mignotte. Mmmm?. Cattivo Faletti, non si fa!

Riferimenti: se volete comprarlo on line o leggere l’editore…;-)

Quando Teresa si arrabbiò con Dio – Alejandro Jodorowsky

3 Novembre 2004 8 commenti


“Nel 1903 mia nonna Teresa, madre di mio padre, si arrabbiò con Dio e anche con tutti gli ebrei di Dnepropetrovsk, in Ucraina, perchè continuavano a credere in Lui malgrado la micidiale inondazione del fiume Dnepr”.
Così recita la frase di apertura di uno romanzi più belli che abbia letto in questo 2004. Un romanzo che richiede concentrazione estrema e buona memoria, tante sono le storie che vi si intrecciano.
Teresa non crede più in Dio, ma suo marito Alessandro vive in compagnia di uno spirito, il Rabbi.
Nel frattempo, dall’altro lato del mondo, Jashe, ebrea, si innamora perdutamente di Alessandro, un goj, un russo.
Molti anni più tardi e svariati chilometri dopo, Giacomo, figlio di Teresa e Alessandro, sposa Sara Felicità, figlia di Jashe e Alessandro il goj.
Intorno a questi personaggi centrali ruota un intero albero genealogico, i cui rami si intersecano secondo dinamiche inimmaginabili e le cui radici si trovano in un tempo talmente lontano che nessuno sa più dove sia la realtà e dove la leggenda, come l’autore stesso ci avverte nel prologo: “Tutti i personaggi, luoghi e avvenimenti (benchè a volte l’ordine cronologico sia alterato) sono reali. Ma questa realtà è trasformata ed esaltata fino a diventare mito. Il nostro albero genealogico da un lato è la trappola che limita i nostri pensieri, emozioni, desideri e vita materiale.. e dall’altro è il tesoro che racchiude la maggior parte dei nostri valori. Oltre ad essere un romanzo, questo libro è un lavoro che, se riuscito, aspira a servire da esempio affinchè ogni lettore possa seguirlo trasformando attraverso il perdono la propria memoria familiare in leggenda eroica.”
E allora la vita è bella quanto la morte e la morte ha sempre con sè quell’aura magica tipica dei racconti intorno al fuoco. E c’è chi vive circondato da uno sciame di api e chi in simbiosi con i leoni; c’è chi addestra pulci che predicono il futuro e chi legge i tarocchi; c’è chi percorre il mondo a piedi e chi si nasconde in una cappella abbandonata; c’è chi si appende per i capelli in un circo e chi crea un bordello itinerante.
E poi ci sono i misteri della religione e del tempo, misti a incredibili incontri di sesso, incesti, miracoli ed assassini, stupri e tradimenti, meriti e punizioni. E alla punta di questa piramide altissima e informe c’è Alejandro. Regista eccezionale, scrittore, direttore di teatro, pazzo, saggio, santone, fumettista, mistico, allucinato, colto, vanesio. In due parole, un genio.

Domatori di Parole – Edgar Allan Poe

1 Novembre 2004 7 commenti

E’relativamente facile attraversare il corso di un ruscello; ben più impegnativo ma ancora fattibile è cimentarsi nel guado di un fiume; tutt’altra cosa invece è avventurarsi in mare aperto, cercando di comprendere qualcosa la cui grandezza ci circonda a 360 gradi. Bene, proviamoci ugualmente.
Se chiedessimo a cento persone di indicarci il più grande scrittore di romanzi d’avventura, rimarreste stupefatti dal numero di volte che ricorrerebbe il nome di Julius Verne, l’autore di “Viaggio al centro della Terra”. Se ripetessimo l’esperimento per il genere fantastico accadrebbe lo stesso col nome di Lovecraft, l’ideatore dei miti di Chtulhu. Il poliziesco? Arthur Conan Doyle, la poesia? Baudelaire e Rimbaud.
Ecco, se potessimo chiedere a tutti questi fuoriclasse dello stile di fare il nome di un autentico maestro, tutti concorderebbero su un unico nome: Edgar Allan Poe.
Poe è forse il primo scrittore del ventesimo secolo senza averlo mai vissuto, il primo domatore di parole a consegnare all’immaginario collettivo la figura dello scrittore dalla vita disordinata e dedita all’alcool, in netta contrapposizione con gli stereotipi illuministi e romantici che avevano fino ad allora dominato.
Da Poe deriva quasi tutto il resto; lo Sherlock Holmes di Doyle è chiaramente ispirato al Dupin protagonista del racconto “I delitti della Rue Morgue” (1841); Verne lo citò nel suo “La sfinge dei Ghiacci”, così come Lovecraft fece ne “Le montagne della Follia”; Baudelaire, suo grande estimatore, ne tradusse l’opera in francese, consentendone la conoscenza al pubblico europeo.
Dal punto di vista stilistico, Poe scelse quasi sempre la forma del racconto, che gli consentiva di mantenere costante la tensione ed il ritmo, verso il quale era particolarmente sensibile. Unica eccezione “Le avventure di Gordon Pym” (1838), la sola opera del maestro ad avere la lunghezza e la forma di un romanzo. Particolarmente apprezzabile per lo stile e le trovate narrative, proprio quest’opera sembrerebbe avere in qualche modo ispirato a Lovecraft la saga di Cthulhu. Non a caso infatti, le avventure di Pym si interrompono bruscamente nei pressi del Polo Sud, sotto i ghiacci del quale Lovecraft colloca i segreti di Cthulhu.
Su Poe potrei continuare a scrivere per ore, ma per rispetto alla sua grande penna ripongo la mia e vi saluto.