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Archivio Ottobre 2004

Gabriel García Márquez: "Memoria de mis putas tristes"

29 Ottobre 2004 7 commenti


“… Vivo en una casa colonial en la acera de sol del parque de San Nicolás, donde he pasado todos los días de mi vida sin mujer ni fortuna, donde vivieron y murieron mis padres, y donde me he propuesto morir solo, en la misma cama en que nací y en un día que deseaba lejano y sin dolor. Mi padre la compró en un remate público a fines del siglo XIX, alquiló la planta baja para tiendas de lujo a un consorcio de italianos, y se reservó este segundo piso para ser feliz con la hija de uno de ellos, Florina de Dios Cargamantos, intérprete notable de Mozart, políglota y garibaldina, y la mujer más hermosa y de mejor talento que hubo nunca en la ciudad: mi madre.”

Leggo un po’ di commenti arretrati sull’ultimo post di Smilla e scopro con piacere che siete in tanti ad amare García Márquez, come me.
Peccato che non lo potete leggere in versione originale. Il suo spagnolo è molto diverso dal nostro castigliano, infatti tanti spagnoli che non conoscono bene il lessico sudamericano (ed in modo speciale il colombiano) faticano a capirlo.
Come libro del cuore nella colonna a destra ho scelto “Del amor y otros demonios” anche se “El amor en los tiempos del cólera” è bellissimo, come lo è “Cien años de soledad”, e tanti altri. Io ho la fortuna di aver letto quasi tutto quello che ha scritto lui (penso che mi manca soltanto qualche racconto o lavori sparsi pubblicati nei giornali colombiani), compreso “Vivir para contarla” che ho trovato affascinante. Per questo è stato molto difficile scegliere soltanto uno dei suoi libri, avrei voluto segnarli tutti.

In questi giorni abbiamo letto tanto sul nuovo romanzo: la notizia più ripetuta è stata quella riguardante la diffusione in Colombia di qualcosa come 10.000 copia pirate del romanzo prima che questo venisse pubblicato. Dicono che per questo l’autore ha modificato l’ultimo capitolo. Non sò come era prima, ma io trovo che sia perfetto come l’ho letto io.

Hanno detto anche che García Márquez è il creatore del “realismo magico”. Non è vero, perché il vero creatore fu il messicano Juan Rulfo, e l’esordio del genere lo possiamo trovare nel suo romanzo “Pedro Páramo”. Comunque, lui ha modellato il “realismo magico” con le sue mani, come uno scultore, fino a dargli la forma che adesso conosciamo e che leggiamo ipnotizzati in alcuni dei suoi romanzi. Ormai identifichiamo “realismo magico” con García márquez, e l’influsso di questo stile si vede in tanti altri scrittori, sudamericani e non solo. Ad esempio “La casa de los espíritus” di Isabel Allende ne è del tutto imbevuta. E lo stile non ha fatto colpo soltanto sugli autori ispanici, ma anche su scrittori anglossassoni come Janet Winterson, che creò un’atmosfera unica in “The passion” raccontandoci una bellissima favola che inizia nella Francia napoleonica, continua nella Russia degli Zar e finisce in una Venezia magica e misteriosa dove tutti vorremmo perderci.

In “Memoria de mis putas tristes”, anche se non appartiene a questo genere, troviamo due o tre elementi che, dopo aver letto il romanzo, ci fanno pensare ad una certa magia. Come, altrimenti, riusciremmo a spiegarci tante cose inspiegabili?

L’argomento centrale del romanzo si potrebbe riassumere in una domanda:

È possibile che un uomo di novanta anni che non ha mai amato, scopra l’amore nell’occaso della sua esistenza?

La risposta è: Sì.

E mi permetto di aggiungere: Sì, è possibile. E se qualcuno mi dice che quello non è amore, io gli risponderò che l’amore non è uno solo, e non è uguale per tutti. Ed è bello che sia così.

Se non l’avevo detto prima, il libro mi è piaciuto tantissimo. L’ho divorato, ma assaporando ogni parola del maestro.

Non è il suo capolavoro, ma è molto bello e vale la pena di leggerlo. Quindi, buona lettura anche a voi.

la danza immobile Manuel Scorza

27 Ottobre 2004 1 commento

“dalla porta del ristorante entrò Marie Claire ma non era Marie Claire”
La danza immobile è il libro della mia vita.O meglio vorrei che lo fosse.
la storia narra di due amici per la pelle, due compagni peruviani esuli a Parigi.Entrambi si innamorano di due donne bellissime, l’altra metà del loro cielo.Uno sceglierà di partire a combattere lasciando la donna
della vita, l’altro sceglierà la donna.Da quel momento le loro vite cambieranno radicalmente, ma per tutta la vita ognuno sarà convinto che l’altro ha fatto la scelta migliore.
Lo stile dello scrittore è quello dei latinoamericani, ma non siamo di fronte a Marquez, il realismo magico che Scorza usa nella saga di Rulli di tamburo per Rancas,storia di Garabombo l’invisibile e cantare di Agapito Robles, lascia quì lo spazio all’amara, ma ricca di gioia, narrazione di due eroi epici ma così umani, così luminosi che riempiono il cuore di amore e commozione.
“ricordati gli uomini e le donne tradiscono, l’amore non tradisce mai”

Baudolino

26 Ottobre 2004 5 commenti


Iniziai a leggere Baudolino tre anni fa. Ovviamente non è che ho impiegato tutto questo tempo per leggerlo, anche trattandosi di una lettura impegnativa. Il fatto è che quando iniziai a leggerlo stavo per tornare in Spagna dopo la mia avventura italiana, e questo libro è rimasto in sospeso come è successo con alcune altre cose. Ma il tempo sistema tutto, e quando tutto è stato sistemato ti viene voglia di finire le cose che hai lasciato inconcluse. Almeno a me questo da molta pace.
Così dopo aver letto più o meno una quarantina di libri, decisi di riprendere questo, che da due anni e mezzo dormiva su uno scaffale.

Credevo di non farcela perché ultimamente non mi piacciono le letture che mi occupano mesi, preferisco leggere più titoli. E poi Baudolino nella mia mente era legato a ricordi molto tristi. Ma, non appena scongiurati questi, mi son goduta una delle letture migliori degli ultimi tempi.

In Baudolino ho trovato:

- Un romanzo dalla struttura medioevale (ogni capitolo inizia col nome del protagonista seguito da un breve riassunto di ciò che stà per accadere) dove continuamente si confondono fantasia e realtà. (Realtà?)

- Una ricchezza descrittiva esaustiva. A volte anche esauriente, ma in genere gradita.

- Un protagonista molto ben costruito, simpatico, che sà tanto di eroe del romanzo picaresco spagnolo (Lazarillo de Tormes, El Buscón Don Pablos, Guzmán de Alfarache), dal cuore generoso, buon amico e buon figlio. Imbroglione a volte, sognatore sempre, bugiardo quando ci vuole, riesce a far sì che i suoi sogni e bugie (quasi sempre li confonde) diventino Storia vera e propria.

- Una visione divertentissima della fondazione di Alessandria.

- Elementi del giallo più puro, allo stile Conan Doyle. Mitici i capitoli dedicati alla morte di Federico Barbarossa, avvolta in un mistero risolto in maniera magistrale da un Baudolino-Sherlock Holmes, con l’aiuto di un personaggio molto particolare.

- Personaggi fantastici-mitologici, creature impossibile uscite dalla fertile immaginazione di quest’uomo che non abusa della sua conoscenza della semiotica per sbatterci in faccia un romanzo pieno di erudizione, ma per regalarci una favola che potrebbe essere stata scritta da un autore satirico rinascimentale. Le ultime cento pagine del romanzo, infatti, dove si descrive il regno del prete Giovanni, sono un capolavoro della favola e della satira. Non è strano che Umberto Eco si sia divertito così tanto a scrivere questo pezzo di Baudolino.

Consiglio vivamente di leggere Baudolino, e in modo speciale a chi ama la Storia e le favole.

Per chi lo troverà un po’ pesante a volte, si ricordi il decalogo dei diritti del lettore di Pennac…

Stupid whithe man – Michael Moore

25 Ottobre 2004 9 commenti


[tutto ciò lo stanno facendo anche da noi, adesso. Basta leggere i giornali tra le righe, pensateci e poi dite la vostra]

…Per tutta la prima metà del 2001 i piloti della Delta Connecton (potrebbe essere l?alitalia) hanno scioperato. Quegli schifosi e avidi bastardi dei sindacati chiedevano nientepopodimenoché 20.000 dollari come stipendio iniziale per i loro piloti. Ma la Delta ha detto di no e l’interruzione del lavoro è proseguita per mesi. Viene da pensare che, insomma, nel pieno del boom economico e visto che a volare spesso sono persone benestanti – non dovrebbero esserci problemi a concedere ai piloti uno stipendio che permetta loro di concedersi qualcosa di meglio delle scatolette di cibo per i cani. (In passato quando salivo su un aereo facevo una” annusata di controllo” per vedere se i piloti avevano bevuto; d’ora in poi passando davanti alla cabina di pilotaggio darò un’occhiata per individuare eventuali avanzi di Ciappi o di Friskies.) Dopo avere supplicato di poter ottenere almeno le briciole della tavola, i piloti della Delta Connection han finito per avere i loro 20.000 dollari all’anno. (così come da noi bordello prima e poi pace fatta)
A questi piloti e al resto del pubblico – viene detto che l’economia non va poi tanto bene, che c’è stata una forte contrazione, che non ci sono più profitti, che la borsa è a malpartito, e che, per quanto Mr Greenspan (leggi Fazio o chi cazzo c’è adesso) continui a far scendere i tassi d’interesse, la situazione resta brutta.
E ci sono cifre che di certo avvalorano questi proclami. In media ogni settimana circa 403.000 americani compilano nuove dichiarazioni di disoccupazione. Centinaia di imprese annunciano massicci tagli al personale. Migliaia di staps nei nuovi settori dell’high-tech-dot-com hanno tirato le cuoia. Le vendite di auto diminuiscono. I venditori al dettaglio hanno avuto un Natale terribile. Da Silicon Alley a Silicon Valley tutti stanno tirando la cinghia.
E noi ci siamo cascati.
Non c’è nessuna recessione, amici. Nessuna contrazione.
Niente tempi grami. I ricchi stanno sguazzando felici nel bottino (il mio capo si è appena comprato casa al mare e bmw x5) che hanno accumulato nei due decenni scorsi e ora vogliono essere certi che nessuno di voi se ne salti fuori a chiedere la sua fetta di torta.
I ricchi stanno facendo di tutto per convincervi che fareste bene a non chiedere la vostra parte perché? bè, all’improvviso non ce n’è più per nessuno! Una sera dopo l’altra i media di cui sono i proprietari vi raccontano una triste storia via l’altra, sull’ultima Internet company che è andata in malora, o su un fondo comune d’investimento che ha perso tutto, o su quel tale che aveva investito nel NASDAQ che ha tirato le cuoia. Oggi l’indice Dow Jones ha perso più di 300 punti. La Lucent Technologies ha annunciato altri 15.000 licenziamenti. La fusione tra la United e la u.S. Airways non si farà, la GeneraI Motors sta ammazzando l’Oldsmobile (ha comprato anche la Fiat), e adesso sta saltando fuori che nemmeno il tuo piano di pensionamento è tanto al sicuro. Roba brutta, no? Oh, è tutto vero. Non vi racconterebbero mai delle frottole. Perlomeno non su quei dettagli marginali che usano per manipolare le vostre paure.
Ma che dire della frottola principale, della più grossa? Quella per cui l’economia mondiale odierna sarebbe in condizioni orribili? Voglio dire, da un certo punto di vista, sembra proprio vero. Se appartenete alle fasce media e bassa del popolo avete ogni diritto a essere pieni di paura.(vedi le iniezioni continue e fastidiose di notizie su una fantomatica e spietata concorrenza da parte della Cina per i nostri prodotti. I veneti, i lumbard e le loro fabbrichette si cagano addosso tutt?oggi)
Perché? Perché quelli che stanno al vertice sono ancora più spaventati. Hanno una fifa blu che adesso voi vogliate prendere parte al festino che fino a ora hanno celebrato tra loro. Hanno paura che adesso vi mettiate a dire: «Ok, vi siete fatti i vostri yacht e le vostre case nel Sud della Francia adesso a me cosa tocca? Che ne direste giusto di un qualcosina anche per me così mi posso fare una nuovo portone del garage?»?
?Certo, i potenti lo sanno bene che è inevitabile: un giorno vorrete la vostra parte. E visto che questo non deve mai succedere, eccoli sfoderare i loro lunghi coltelli hanno deciso di sferrare un attacco preventivo nella speranza che voi mai nemmeno abbiate l’idea di sbirciare le loro montagne di quattrini. È per questa ragione che vi licenziano, o che piangono miseria. È sempre per questa ragione che hanno abolito il caffè gratuito – non perché non si possano permettere il caffè ma perché devono incasinarvi la mente. Hanno bisogno di tenervi in un costante stato di stress, sospetto e paura; voi potreste esser i prossimi! Scordatevi la macchina per il caffè di marca si salvi chi può! I capi se ne devono stare belli comodi da qualche parte a farsi le più grasse risate della loro vita. Ora, mi chiederete, come faccio a sapere tutto questo? Bene, vedete, io mi aggiro tra di loro. Vivo sull’isola di Manhattan (leggi Milano), una striscia di terra larga tre miglia che è la lussuosa dimora delle élite americane (italiane). … Quelli che decidono delle vostre vite vivono nel mio quartiere. Cammino per strada con loro ogni giorno. Vedo i loro figli che vengono tirati su da immigrati haitiani, e li vedo quando passano a fianco degli Uomini Invisibili che ripuliscono i loro pavimenti in marmo senza proferire verbo, sempre di fretta, sempre straimpegnati a fare quel cavolo che stanno facendo molto probabilmente ridurre le vostre coperture assicurative o mettere i vostri posti di lavoro sul patibolo. Sono in gran forma, i capelli curati, e avidi di sangue e il prossimo corpo su cui si accaniranno potrebbe essere il vostro! (che schifo proprio come qui ora)
Li ascolto quando si raccontano delle meraviglie che hanno fatto la casa nuova nei Berkshires (costa smeralda), il recente viaggio all’Isola di Pasqua (alle Mauritius). Non potrebbero essere più felici???.

? In parte il motivo per cui vi sentite dire così spesso quanto male vada l’economia di questi tempi è che molti di quelli che si beccano i loro bravi avvisi di licenziamento sono amici e parenti di quelli che ci riferiscono le cattive notizie. A differenza dei licenziamenti di massa degli anni Ottanta, che vennero praticamente ignorati da chi andava nelle migliori università e faceva un sacco di quattrini, il massacro di licenziamenti odierni riguarda per lo più i colletti bianchi e i professionisti. Licenziate un centinaio di migliaia di persone del genere e vedrete se non ne sentirete parlare… Perché? Be’, perché è… è … è così INGIUSTO! Voglio dire, questi qui che lavoravano nell’high-tech facevano il loro dovere! Rispettavano le regole, e hanno sacrificato alle loro società i loro cuori, le loro anime e i loro primi matrimoni. Erano presenti a ogni incontro aziendale, non sono mancati a nessuna sessione notturna di “brainstorming”, hanno debitamente partecipato a ogni evento di beneficenza organizzato dal presidente o da uno dei suoi compari. E poi un giorno… «Bob questo è un consulente lavorativo che abbiamo assunto per aiutarti nella tua fase di transizione, che vorremmo renderti la più agevole possibile. Per favore, restituisci le chiavi, e questo signore con tanto di distintivo e pistola ti scorterà alla tua scrivania dove raccoglierai le tue proprietà personali per poi lasciare l’edificio entro dodici minuti a partire da ora.»
Non c’è nulla di strano. Le imprese guadagnano meno rispetto all’anno scorso? Certamente. E come potrebbe essere diversamente? Gli anni Novanta sono stati per le grandi aziende quelli dei profitti postsurreali (vedi azioni Tiscali), clamorosi, una pacchia irripetibile che non aveva niente a che vedere con la realtà. Provare a comparare i dati di un periodo qualsiasi con quelli di quegli anni è come paragonare mele e cascate. C’era un titolone l’altro giorno che diceva che i profitti della GM sono crollati del 73 per cento rispetto all’ anno scorso. Suona male ma l’anno scorso c’era stata né più né meno una vera e propria orgia di profitti. Anche con una flessione del 73 percento la GM finirà per intascare la bellezza di oltre 800 milioni di dollari di profitti nella sola prima metà del 200l.
Le aziende dot.com vanno a fondo a destra e a manca? Per forza! Che sorpresa! Questo è ciò che accade con ogni invenzione nuova, rivoluzionaria una miriade di imprenditori saltano sulla barca in cerca di fortuna, e alla fin della fiera sono solo i mediocri ma spietati a restare in piedi. Si chiama
C-A-P-I-T-A-L-I-S-M-O.
Nel 1919, vent’anni dopo l’invenzione dell’automobile, negli Stati Uniti c’erano 108 costruttori di vetture. Dieci anni dopo il numero si era ridotto a 44 grandi società di auto. Alla fine degli anni Cinquanta era sceso a otto e oggi abbiamo un bel totale di 2,5 costruttori di auto negli Usa. Così vanno le cose nel nostro sistema. Non ti piace? Non hai che da trasferirti in… ehm.. cavolo, dove ci si trasferisce al giorno d’oggi?
Ah, ma certo! Alle Bermuda!

ora aspetto qualcuno che mi faccia cambiare idea

"Maus" di Art Spiegelman, edizioni BUR – 1989

24 Ottobre 2004 9 commenti


- Perché piangi, Artie?
- So-sono caduto e i miei amici se ne sono andati senza aspettarmi ?

smise di segare
- Amici? Tuoi amici? …se tu chiudi loro insieme in stanza senza cibo per una settimana? ALLORA sì scopri cosa è amici ?

Questo è un Libro. Non a caso ho usato la maiuscola per indicarlo. È un Libro perché racconta qualcosa, è un Libro perché ne ha la forma, la struttura e lo spessore intellettuale, è un Libro perché trasmette emozioni. Forti. Le descrizioni di ambienti e situazioni sono semplicemente sostituite da disegni, ma ciò non toglie nulla alla grandezza ed alla forza del messaggio, anzi: il disegno è un modo veloce per proiettare le atmosfere direttamente dall?occhio al cervello. Al pensiero di chi ritiene il fumetto una forma di comunicazione inferiore, senza possibilità alcuna di fornire un prodotto valido, mi torna in mente una battuta letta su un altro fumetto dedicato ad un topo, ?Ratman? di Leo Ortolani:

- …i fumetti sono cose da bambini
- Anche la pedofilia lo è.

Un po? cinica e dissacrante, ma rende l?idea.

Il fumetto, comparso in due puntate poi raccolte nell?edizione che ho davanti, prende ovviamente il titolo dalla parola tedesca ?raus?, accostata agli ebrei in slogan antisemiti, modificata in ?maus? per motivi che presto vedremo. È principalmente la storia di un uomo, Vladek Spiegelman, e della sua famiglia raccontata per immagini e parole racchiuse in balloon dal figlio, Art Spiegelman, fumettista americano. È il racconto della vita di un ebreo polacco durante gli anni della persecuzione nazista, la reclusione ad Auschwitz, gli orrori, le ingiustizie e le sofferenze. Il tutto trasportato in un mondo dove gli ebrei sono significativamente rappresentati come topi (ecco il perché del titolo), i tedeschi come gatti, i polacchi come maiali, gli americani come cani e i francesi come rane. Nonostante siano degli animali disegnati, i personaggi risultano essere più umani di tanti altri di cui ho letto o che ho visto in libri e film sul medesimo tema.
I due capitoli del libro sono ben distinguibili.
Nel primo, ?Mio padre sanguina storia?, il padre racconta al figlio intenzionato a scrivere una storia su di lui e sull?olocausto la vita spensierata degli anni trenta in Polonia, di come conobbe sua madre, del loro amore, del matrimonio, delle prime avvisaglie dell?avvento nazista, della nascita del primo figlio, Richieu, dell?invasione, dell?applicazione delle leggi razziali, le prime deportazioni dei parenti più anziani e si conclude con l?arrivo ad Auschwitz dei coniugi Spiegelman.
Il secondo, ?E qui cominciarono i miei guai?, racconta la prigionia ad Auschwitz e degli orrori di cui furono testimoni, raccontati in modo crudo e minuzioso.
Il racconto è splendido, l?immedesimazione è fortissima, anestetizza e rapisce, coinvolge e trasporta altrove, con un linguaggio (e parlo anche delle immagini) essenziale e preciso in tutto ciò che racconta, gli avvenimenti, gli amori, le privazioni e le morti. Un approccio da storico del minuscolo che ha prodotto circa trecento pagine che si fanno leggere senza staccare gli occhi dal libro e che lasciano alla fine storditi, commossi ed attoniti.
È incredibile vedere come la persecuzione contro gli ebrei abbia lentamente preso piede nelle coscienze e nelle vite di tutti con naturalezza e semplicità, come una goccia d?acqua che scivola su di un vetro, aggiungendo di volta in volta nella realtà e nel racconto di Spiegelman un tassello all?orrore. Il tutto nell?accettazione rassegnata di chi la subiva e cercava di sopravvivere come poteva sino a giungere alle reclusioni nei campi di concentramento. Spiegelman racconta in modo freddo e distaccato le miserie dell?animo umano in quelle situazioni drammatiche, gli espedienti escogitati per riuscire a sopravvivere, gli opportunismi, gli egoismi e le meschinità, sia di chi la repressione la subiva, sia di chi vi gravitava intorno.
Ma come in tutte le opere di valore, ci sono più piani di lettura non meno importanti che si intersecano e si avvicendano nel corso del libro. È anche la storia di un figlio problematico e del non facile rapporto con suo padre, è la storia di un amore che ha subito prove durissime, è la storia di affetti malati, di un?ennesima tragedia familiare (il suicidio della madre), è una storia minimalista sulla vecchiaia di un uomo con un passato pesante. Una menzione particolare la merita un fumetto nel fumetto, ?Prigioniero sul pianeta inferno ? Un caso clinico?, due pagine scritte e disegnate in occasione della morte della madre e qui riportate, in cui Spiegelman racconta tutte le emozioni vissute in quell?evento con la stessa silenziosa, delicata freddezza con cui una lama affilata seziona le carni. Senza pudori e false morali di nessun genere, come del resto in tutto il libro. Non è qui che troverete della retorica sterile. Se volete leggere qualcosa che vi emozioni e vi sorprenda, fatevi un regalo, leggete questo libro. E fatelo leggere

Dedicato a tutti per ricordare che all?orrore si arriva per piccoli passi, che appaiono di volta in volta come compromessi accettabili e che il risentimento verso l?altro è una creatura che ha vita propria e non si può controllare

?Guida Galattica per Autostoppisti? di Douglas Adams

20 Ottobre 2004 18 commenti

Cominciamo con una precisazione: questo non è un libro, è una quadrilogia, anzi è la più folle saga di fantascienza demenziale mai scritta.
I titoli dei quattro volumi, così come sono apparsi in Italia sono i seguenti:

Guida Galattica per Autostoppisti
Ristorante al Termine dell’Universo
La Vita L’Universo e Tutto Quanto
Addio, e Grazie per Tutto il Pesce.

Qualcuno ha avvistato un quinto volume, ma secondo me si tratta di un’allucinazione di qualche mente malata.

Se devo essere sincera, in realtà “Praticamente Inocuo” l’ho letto ma ho trovato l’autore talmente incattivito contro i suoi stessi personaggi che il libro non mi è piaciuto per niente e quindi preferisco fare finta che non esista?
(e poi praticamente non compare Zaphod, il mio preferito)

Il brano che ho scelto è l?inizio del secondo volume.
L’unica traduzione italiana pubblicata è quella di Mondadori, uscita prima sulla collana Urania ed in seguito nobilitata da una ristampa per le librerie dell’intera quadrilogia in volume unico. Si tratta di un lavoro (probabilmente sottopagato?) nel quale ho riscontrato lacune (interi paragrafi saltati a piè pari) e libertà stilistiche (nomi assurdi nell’originale sostituiti con nomi altrettanto assurdi dal suono probabilmente più “latino”) a mio giudizio ingiustificate.

Pertanto, la traduzione che propongo è una mia libera interpretazione ed è tratta dall’edizione integrale in inglese: “Complete and Unabridged – Dougles Adams – The More than Complete Hitchhiker?s Guide”.

“La storia fino ad ora.
All?inizio fu creato l?Universo.
Questo fatto ha reso un sacco di gente molto arrabbiata ed è stato largamente reputato una cattiva mossa.
Molte razze credono che l?Universo sia stato creato da una qualche specie di dio. Pensate che le genti Jatravartid, di Viltvodle VI, credono che l?intero Universo sia stato, in pratica, starnutito dal naso di un entità chiamata il Grande Arkleseizure Verde.
Gli Jatravartid, che vivono nel costante timore dell?epoca che loro chiamano La Venuta del Grande Fazzoletto da Naso Bianco, sono piccole creature blu con più di cinquanta braccia, le quali per questo motivo, uniche in tutto l’universo, hanno inventato il deodorante spray prima della ruota.
Comunque la teoria del Grande Arkleseizure Verde non ha riscosso molti consensi al di fuori di Viltvodle VI e pertanto, dato che l’Universo è un luogo pieno di interrogativi, altre spiegazioni sono sempre state cercate.
Per esempio un razza di esseri iperintelligenti e pan-dimensionali, aveva costruito una volta un gigantesco supercomputer chiamato Pensiero Profondo, per calcolare una volta per tutte quale fosse La Risposta alla Domanda Fondamentale Sulla Vita L’Universo e Tutto Quanto.
Per sette milioni e mezzo di anni Pensiero Profondo computò e calcolò ed alla fine annunciò che La Risposta era, in effetti, Quarantadue.
Pertanto fu necessario costruire un altro computer, ancora più grande, per scoprire quale fosse in realtà La Domanda.
Questo computer, che era chiamato “Terra”, era talmente grande da essere spesso scambiato per un pianeta, in particolar modo da parte delle creature simili a scimmie che si aggiravano sulla sua superficie, totalmente all’oscuro del fatto che erano semplicemente parti di un gigantesco programma di computer.
E questo era veramente molto strano, dato che in mancanza di questo onestamente semplice e ovvio pezzetto di conoscenza, niente di ciò che accadeva sulla Terra poteva avere il benché minimo senso.
Purtroppo, comunque, proprio una attimo prima del momento in cui sarebbe stato calcolato il risultato, la Terra venne demolita in modo inaspettato dai Vogon, per fare spazio, o almeno così essi sostenevano, ad un nuovo raccordo iperspaziale e quindi tutta la speranza di scoprire un minimo significato per l’esistenza venne perso per sempre.
O così sembrava.
Due delle creature simili a scimmie sopravvissero.
Arthur Dent fuggì proprio all’ultimo momento perché un suo vecchio amico, Ford Prefect, improvvisamente risultò essere originario di un piccolo pianeta situato da qualche parte nelle vicinanze di Betelgeuse e non di Guildford, come aveva sostenuto in precedenza; e inoltre, cosa molto più importante, sapeva come fare ad ottenere un passaggio su un disco volante.
Trincia McMillian, o Trillian, se ne era andata dal pianeta sei mesi prima in compagnia di Zaphod Beeblebrox, l’allora Presidente della Galassia.
Due sopravvissuti.
Essi erano tutto quello che restava del più grande esperimento mai condotto, trovare La Domanda alla Risposta Fondamentale Sulla Vita L’Universo e Tutto Quanto.
E ad una distanza di meno di mezzo milione di miglia dal punto in cui la loro astronave stava andando pigramente alla deriva attraverso lo spazio nero come inchiostro, un’astronave Vogon si muoveva lentamente verso di loro.”

?

Ed ora provate a dirmi che non vi viene voglia di sapere come prosegue?

P.S. Dietro l’angolo ci sono i bubboni dell’astronave Vogon!!

" Le 13 vite e 1/2 di Capitano Orso Blu" di Walter Moers

20 Ottobre 2004 14 commenti


“La Storia Infinita”?
Una matassa stucchevole di zucchero filato.
“Il Signore degli Anelli”?
Un pomposo sfoggio di zelo accademico.
“Darkover”?
Darkover che??
“Il Mondo Disco” di Terry Pratchett?
Fuochino. Quando vi impegnate ci potete arrivare?

“Le 13 vite e 1/2 di Capitano Orso Blu” di Walter Moers (Ed. Salani)

Navigate nel mare a bordo di un guscio di noce.
Andate all?arrembaggio con i Minipirati.
Tremate e piangete di fronte agli Spiriti Coboldi.
Conversate allo sfinimento con le Onde Ciacoline.
Gozzovigliate sull?Isola dei Ghiottoni.
Prestate il servizio civile volando sulle spalle di un Sauro da Salvataggio.
Apprendete i segreti della natura alla scuola del Professor Noctabulotti e ricordate: “Sapere è notte!!!”.

E poi incontrate?

Gaglioffi delle Spelonche
Cuccioli di Croccamauro
Megere Montane
Pippioni
Fatomi
Eterni Tornadi
Nattifoffi
Babbalei senza testa e Teste di Babbaleo senza corpo
Cattive Idee
Bugiardi Matricolati

E poi?

Basta, mica vorrete che vi racconti tutto il libro.

Come sarebbe a dire “Ma c?è un lieto fine?” Non lo sapete che a Zamonia tutte le storie che non finiscono male, finiscono malissimo?!?! Beh? Che sono quelle facce lunghe?

Va bene, c?è anche un lieto fine…. certo che siete una massa di lettori nazional-popolari…

Probabilmente avrebbero sposato quasi tutte dei cretini

18 Ottobre 2004 13 commenti


Quando arrivai era ancora un po’ presto, sicché mi sedetti su uno di quei divani di cuoio vicino all’orologio nell’atrio e mi misi a guardare le ragazze. Un sacco di scuole erano già chiuse per le vacanze e c’erano almeno un milione di ragazze sedute e in piedi che aspettavano di veder comparire i loro belli.

Ragazze con le gambe accavallate, ragazze con le gambe non accavallate, ragazze con gambe fantastiche, ragazze con gambe orrende, ragazze che avevano tutta l’aria d’essere ragazze straordinarie, ragazze che avevano tutta l’aria d’essere cagne, a conoscerle. Era proprio un gran bello spettacolo, se capite quel che voglio dire. In un certo senso era anche un po’ deprimente, perché uno continuava a domandarsi che fine avrebbero fatta tutte quante. Quando lasciavano la scuola o l’università, dico.

C’era da supporre che probabilmente avrebbero sposato quasi tutte dei cretini. Quei tipi che ti raccontano sempre quanti chilometri fa la loro stramaledetta macchina con un litro. Quei tipi che si arrabbiano come ragazzini se li batti a golf, o perfino a un gioco stupido come il ping-pong. Quei tipi che non leggono mai un libro. Quei tipi che ti fanno venire una barba lunga tre metri. Ma in questo devo andarci piano. A chiamare barbosi certi tipi, voglio dire. Io i tipi barbosi non li capisco. Davvero.

[...]

Coi tipi barbosi non si può mai dire. Forse non è il caso di compiangere troppo una ragazza in gamba se la vedete sposare uno di quei tipi. Per lo più non fanno male a nessuno, e magari in segreto sono tutti bravissimi a fischiare o vattelapesca. Chi diavolo può saperlo?

[...]

Pensai che potevo trovar lavoro in qualche stazione di rifornimento a mettere benzina e olio nelle macchine. Ma non mi importava che genere di lavoro.
Fintanto che loro non mi conoscevano e io non conoscevo loro.

Quello che dovevo fare, pensai, era far finta d’essere sordomuto. Così mi sarei risparmiato tutte quelle maledette chiacchiere idiote e senza sugo. Se qualcuno voleva dirmi qualche cosa, doveva scrivermelo su un pezzo di carta e ficcarmelo sotto il naso. Dopo un po’ ne avrebbero avute piene le tasche e per il resto della vita non avrei più sentito chiacchiere.
Tutti avrebbero pensato che ero un povero bastardo d’un sordomuto e mi avrebbero lasciato in pace.

Mi avrebbero fatto mettere olio e benzina nelle loro stupide macchine, e in cambio mi avrebbero dato un salario eccetera eccetera, e con quei soldi io mi sarei costruito una capanna da qualche parte e ci avrei passato il resto della mia vita.

Me la sarei costruita vicino ai boschi, ma non proprio nei boschi, perché volevo starmene in pieno sole tutto il tempo. Mi sarei fatto da mangiare io stesso, e in seguito, se volevo sposarmi o qualcosa del genere, avrei incontrato quella bella ragazza, sordomuta anche lei, e ci saremmo sposati.

Sarebbe venuta a vivere con me nella mia capanna, e se voleva dirmi qualcosa doveva scriverlo su un maledetto pezzo di carta, come tutti gli altri. Se avessimo avuto dei figli li avremmo nascosti in qualche posto. Potevamo comprargli un sacco di libri e insegnargli a leggere e a scrivere.

A forza di pensarci mi entusiasmai da matto. Quella faccenda di far finta di essere sordomuto era cretina e lo sapevo, ma mi piaceva lo stesso pensarla. Però decisi davvero di andarmene all’ovest eccetera eccetera.”

[Il giovane Holden - J.D. Salinger]

Avrei potuto riportare il pezzo in cui Holden si chiede dove vanno i cigni quando il lago è gelato. Ma sarebbe stato scontato.

Domatori di Parole – Arthur Conan Doyle

15 Ottobre 2004 19 commenti

Al nome di Doyle siamo tutti portati ad associare quello di Sherlock Holmes, la sua creatura più famosa. Così come Ernesto Calindri, uno dei massimi interpreti del teatro italiano, è stato lungamente ricordato solo per la pubblicità del Cynar, così Doyle è forse il primo caso di artista prigioniero di un suo personaggio.
Per questo motivo Sir Arthur sviluppò negli anni un autentico odio nei confronti di Sherlock, reo secondo lui di consegnare ai posteri il ricordo di un Doyle legato ad un tipo di letteratura giudicata “bassa”.
A dispetto delle raccomandazioni dei suoi editori, Doyle meditò a lungo di far morire Sherlock, e quando infine coronò il suo sogno nel racconto “Il problema finale”, le proteste dei lettori furono tante e tali da costringerlo con un artificio letterario a resuscitarlo, e a continuare la serie ancora per molti anni.
Trovandomi casualmente a leggere una biografia di Sir Arthur, mi è tornato alla mente uno scritto giovanile di Sigmund Freud intitolato “Sulla coca”. Nel trattato Freud considerava le implicazioni psicologiche dell’uso di stupefacenti nella sua epoca, un uso che in molti casi non era ancora punito dalla legge ma che suscitava già riprovazione in diversi settori della società. Per dimostrare come l’uso della morfina fosse comune negli ambienti borghesi, Freud citò proprio un racconto di Sherlock Holmes, dove a parer suo erano molteplici i riferimenti che lasciavano intuire un abuso della sostanza da parte dell’investigatore.
Alla luce di quanto scritto mi domando se questi riferimenti non fossero stati inseriti da Doyle proprio allo scopo di rendere antipatico il suo personaggio, togliendogli quell’aura di perfezione che lo aveva consacrato.
Probabilmente è un segreto destinato a rimanere nella tomba del grande scrittore, del quale una volta tanto, voglio ricordare alcune opere non legate alla sua vena poliziesca, come THE GREAT BOER WAR (1900 – che gli valse il titolo di baronetto) e THE HISTORY OF SPIRITUALISM (1926 – sul fenomeno dello spiritismo).

Il coraggio del pettirosso

13 Ottobre 2004 11 commenti


Sinceramente di questo libro, come di tutti i libri, non ricordo molto.
Ho la fortuna-sfortuna di dimenticarmeli appena letti, e, se da un lato nelle conversazioni sulla letteratura ciò mi taglia inevitabilmente fuori, dall’altro mi rende possibile una rilettura degli stessi senza l’influenza del ricordo.
Per fortuna non sono l’unico sulla faccia della terra che ha questo tipo di “sindrome”, infatti l’ho letto anche in un libro di un autore anche abbastanza famoso, di cui, come volevasi dimostrare, non ricordo né il nome, né l’opera.
E allora che li leggi a fare se non ti rimane nulla? (direte voi infingardi)
Be’ qualcosa rimane.
La sensazione, lo stato d’animo col quale hai finito il libro e col quale lo hai divorato, innanzi tutto.
De “il coraggio del pettirosso” mi rimane la splendida sensazione di un romanzo bellissimo che si dipana fra Storia, sogno, ricordi e ricerca delle proprie radici.
Non credo che quel poco che ho scritto possa invogliare qualcuno alla lettura, e allora ci provo con un lungo (perdonatemi) brano tratto dal libro che dice poco del romanzo in sé, ma introduce bene all’ambiente in cui è narrato e ci spiega anche l’origine del titolo.

da ?Il coraggio del pettirosso? di Maurizio Maggiani
Feltrinelli, Milano pagg.24 e 25

Figurarsi. Quand’ero bambino, mio padre parlava in un certo modo che a me l’anarchia sembrava qualcuno come una zia, una zia lontana e buona. Mi parlava di lei senza intenzione, senza voglia di spiegarmi e di convincermi, anche quando ho avuto abbastanza cervello per capirci qualcosa. Gli bastava che io fossi e mi sentissi in qualche modo diverso dagli altri, di un’altra famiglia che non fosse quella perversa della benemerita scuola Dante Alighieri.
Mi ricordo di una sua storiella della buona notte, la favoletta che mi ha raccontato per anni – ricordo addirittura il tono della sua voce, l’inflessione del suo italiano – per spiegarmi a suo modo come eravamo “noi libertari”; non mi stancavo mai di starla a sentire, e del resto credo che dovesse essere l’unica storiella che sapeva. Ero molto piccolo, si intende, e i miei genitori aspettavano che io mi addormentassi prima di scendere al forno a preparare il pane della notte.
Da dentro il mio letto lo chiamavo, e lui si fermava accanto alla sponda diritto su di me come un grande e ombroso eucalipto. Non aveva mai voglia lui di fare quello che si vede così spesso nei film: di sedere al capezzale del proprio unico figlio: un po’ perché il mio letto era assai alto – mia madre era molto preoccupata di tutti gli animaletti, a lei ignoti, che strisciavano, si arrampicavano e saettavano quà e là per la stanza – un po’ perché la storia era molto breve e non valeva la pena di sedersi.
“Noi si è i pettirossi, Saverio.” Iniziava sempre così, bisbigliandomi dalla sua altitudine questa constatazione che a me suonava insieme misteriosa ed esaltante, non avendo mai visto un pettirosso ed immaginandomelo come un uccello meraviglioso. “Noi libertari si è pettirossi, coraggiosi come quell’uccellino di tanto tempo fa che volle andare dal falchetto. Vuoi che te la conto ancora?”
Non aspettava mai che io gli dicessi di sì.
“Allora, c’era questo pettirosso, piccolo che lo tenevi nel pugno della mano, ma con le sue idee che nessuno riusciva a togliergliele dal capo. Voleva volare in quà e in là a vedere il mondo, becchettare dove c’era da sfamarsi, e non gli piaceva per nulla che gli avessero assegnato il suo posticino e morta lì. Così che un giorno prese il coraggio a quattro mani e si presentò dal signor falchetto, il re degli uccelli del bosco. ‘Vorrei il permesso, signoria, di andare un po’ dove mi pare, tanto non darei fastidio a nessuno, piccolino come sono.’ Così gli disse, e intanto gli tremavano tutte le penne. Il falchetto s’adombròimmediatamente e fece la voce grossa: ‘Questa è una faccenda che non mi piace per nulla. Tu devi mettere la testa a posto e non star a disturbare con le tue pretese. Fila via o chiamo le gazze.’ E nel dirgli questo, senza neppure farci caso, gli diede una zampata che gli artigliò a sangue un’ala.
L?aveva pagata cara quell?uccelletto la sua smania di libertà. Ma testardo com?era, in due o tre giorni era di nuovo in aria a volare. Certo, alla bell?e meglio, che arrancava dietro alla sua aluccia offesa tutto di sghimbescio . Sembrava diventato un pagliaccio tanto era buffo come si era ingegnato di volare con un?ala sola. E tutti gli uccelli giù a ridere. E ridevano a crepapelle anche il signor falchetto e le gazze. Così che dal gran ridere nessuno si accorgeva che ogni giorno che passava il pettirosso volava sempre più in alto e un po? più in là del posto che gli avevano assegnato. E il giorno che il falchetto se n?è accorto il pettirosso oramai volava così in su che dall?alto prese a bombardare sul capo il re degli uccelli a colpi di cacatine?.