Sabato ? Ian McEwan

2 Luglio 2007 Commenti chiusi


Stavolta Ian McEwan mi ha un pochino annoiato. Curioso di vedere su quale materia si era concentrato e documentato l?autore, ho approcciato questo libro come gli altri letti, dei quali esistono delle mie recensioni in questo contenitore, se non vado errato. Ed ero sicuro di trovare descrizioni cristalline della realtà che ci circonda, minuziose e veritiere spiegazioni sull?attività del protagonista del libro e un tema portante sempre valido e con un buon ritmo, che si esalta nelle pagine finali. Sono rimasto soddisfatto solo a metà.
Stavolta il banco di prova era la neurochirurgia, professione del quarantottenne londinese Henry Perowne, sposato con Rosalind, due figli, Daisy promettente poetessa, e Theo musicista di sicuro avvenire, una famiglia vincente, serena e unita. Il periodo di ambientazione è quello seguente al disastro americano delle Twin Tower, quando si era pronti a invadere l?Iraq e sovvertire il regime di Saddam. Quindi animi inquieti in un Londra giudicata come il probabile bersaglio di futuri attacchi terroristici. Il sabato mattina, dopo una settimana stressante, trascorsa tra degenti, parenti, speranze disilluse e esaltanti interventi riusciti, Henry lo dedica in genere allo squash, ma quel sabato c?è anche un altro evento che si preannuncia piacevole. L?arrivo di Daisy da Parigi, dopo sei mesi, in onore del quale Henry preparerà la sua celeberrima zuppa di pesce. Ci sarà anche John Grammaticus, il suocero poeta, che ha la strana concezione che un artista possa permettersi sempre ogni eccesso. Ma quella mattina andando a giocare a squash con l?anestetista del suo team di sala operatoria, Henry subisce un piccolo incidente, che di solito si risolve con poco, scartoffie, firme e qualche disagio dal carrozziere. Ma quella volta il contrattempo diventerà un incubo per il dottore affermato e di successo. Tra operazioni descritte con la solita dovizia di particolari, i pensieri e le impressioni di Henry, i suoi rapporti con il suocero, con la madre ridotta ormai in uno stato che richiede la permanenza in un centro anziani, insomma per descrivere la vita di un londinese e della sua famiglia in quelle ventiquattro ore, per dare al romanzo l?impronta della normalità che verrà infranta all?improvviso, il buon McEwan fa scorrere più di duecento pagine del libro, per condensare nelle ultime ottanta tutto il pathos e l?adrenalina che il romanzo promette nelle note di quarta di copertina, quando la famiglia riunita dovrà vedersela con Baxter, uno sbandato affetto da una strana forma di patologia neurologica degenerativa. Forse Ian McEwan dovrebbe rinnovarsi un pochino, rimettersi in gioco e tentare altro. Il romanzo, ripeto, pur essendo molto ben scritto, risente di un certo compiacimento nel mostrare al lettore ?quanto sono bravo?. L?impressione che ne ho ricevuto è questa. Una cosa sulla quale posso essere d?accordo è la conclusione finale alla quale giunge McEwan, cioè che qualsiasi sia il nostro tenore di vita, qualsiasi cosa facciamo per evitare grane, qualsiasi cosa facciamo per dare alla nostra vita una parvenza di sicurezza, siamo sempre in balìa di eventi che prescindono dalla nostra volontà.
Una curiosità. Parlando di Veltroni, nelle ultime pagine del libro, McEwan apostrofa il sindaco di Roma in questo modo: ?un uomo quieto e cortese, appassionato di jazz?.

?Sabato?
di Ian McEwan
Ed. Einaudi

Il maestro di Pietroburgo – J.M.Coetzee

21 Giugno 2007 6 commenti


Libro comprato tempo fa e letto non appena ultimato ?I fratelli Karamazov?. In qualche modo era prevedibile. Coetzee, di cui in qualche posto qui dentro ci sono già delle recensioni, scrive questo libro immaginando di essere proprio Dostoevskij. Lo scrittore russo viene messo al corrente nel suo esilio di Dresda, che il figliastro ventenne Pavel è morto in circostanze misteriose in quel di Pietroburgo. Si precipita nella città e prende alloggio nella stessa pensione e nella stessa camera occupata fino a poco tempo fa dal figliastro. E qui, dove a poco a poco scopre i rapporti che Pavel aveva intrapreso con il rivoluzionario Necaev, tenta di farlo rivivere, in un assurdo gioco delle parti, oppresso dai sensi di colpa (con lui aveva solo rapporti epistolari, gli inviava del denaro, ma se ne disinteressava), ma rinvigorito dal problematico rapporto che nasce tra lui e la tenutaria dell?appartamento. Anna Sergeevna è molto più vicina a lui della moglie giovanissima, sposata dopo la morte della prima, madre di Pavel, che l?aspetta a Dresda, tra i due nasce un intenso e travagliato legame, che però non potrà avere uno sbocco. Tra i due c?è il fantasma del figlio e la presenza reale della figlia di lei, che impediscono e rendono difficile la prosecuzione della relazione. Inoltre il protagonista scopre, dagli scritti di Pavel, che deve recuperare dalla polizia che li ha requisiti, e che rappresentano per lui un modo per entrare in tardiva sintonia con il trascurato ragazzo, scopre dicevo, verità scomode e rivelatrici, come la passione e l?ammirazione che il ragazzo nutre per il vero padre, mai conosciuto, e pessima persona. Ma anche la scarsa considerazione di cui godeva da parte proprio di Pavel. Il libro, come è abituale leggere in Coetzee, si svolge su piani diversi di riflessioni, di stati d?animo e di rapporti tra i protagonisti. Molto interessanti alcune pagine che trattano della condizione di Anna, e delle donne in genere, con risvolti psicologici notevoli. E altrettanto pregevoli le tribolazioni di Coetzee-Dostoevskij, che solo nella sua stanza si abbandona a meditazioni personali profonde e inquietanti. Alla fine lo scrittore tornerà a Dresda e farà ciò che è sempre stato abituato a fare, sfrutterà le persone conosciute in questi frangenti per inventare storie, per trasportare su carta le loro vite e i loro affanni. In pratica ruberà loro la vita, in modo consapevole, meschino e triste.

Cento lavori orrendi – A cura di Dan Kieran

18 Giugno 2007 Commenti chiusi


Questo libro è nato dall?opera di una rivista del Regno Unito. I lettori di ?The Idler? erano invitati a segnalare le loro esperienze lavorative più assurde e orribili. Così Dan Kieran, direttore della rivista, le ha poi raccolte in questo volumetto. Dalla lettura si capisce subito una cosa, cioè che in Gran Bretagna il lavoro (e il fatto di perderlo) forse non ha la stessa importanza che ha in Italia. Laggiù c?è il sostegno sociale di disoccupazione, quindi restare senza lavoro non significa (in genere) morire di fame. Questo lo si evince dalla facilità con sui ci si licenzia e si cambia occupazione. Infatti parecchi lavori che qui da noi verrebbero sopportati, a malincuore, ma sopportati, nel paese in cui si è svolta questa specie di inchiesta, sono dichiarati insopportabili e subito abbandonati. Alcune, anzi molte, delle persone che hanno lasciato la loro testimonianza avevano fatto diversi mestieri prima dell?esperienza riportata, mentre nel nostro paese il solo fatto di trovare un lavoro è spesso salutato con espressioni di giubilo.
Nel libro si racconta di fatti che fatico a riconoscere, come quando i venditori porta a porta di un determinato prodotto, la sera venivano interrogati sulle vendite effettuate. Quello che aveva venduto di meno, veniva umiliato e addirittura picchiato da tutti gli altri. Non sono a conoscenza di simili realtà in Italia, ma tutto è possibile.
Nel libro ogni occupazione è accompagnata dall?orario e dal salario, oltre che da simpatiche ?faccette? che segnalano se il lavoro in questione è pericoloso, umiliante, alienante, disgustoso o inutile. Inoltre c?è anche il nome di chi ha lasciato la testimonianza, se il soggetto non ha deciso di rimanere anonimo.
A volte i racconti strappano un sorriso, a volte si rimane increduli, a volte si esclama ?Non sapevo che esistesse un lavoro simile!?.
Riporto un paio di testimonianze, tra le più brevi.

Controllore di piselli

Orario 4 am ? 12 pm
Salario £ 5.10 (7,60 euro ) all?ora

Dovevo letteralmente stare a guardare il nastro trasportatore pieno di piselli per cercare di individuare quelli neri. Quando rialzai la testa tutto intorno a me sembrava fosse in movimento, anche se in realtà era assolutamente fermo. E a causa di tutto quel verde da guardare mi si danneggiò temporaneamente la retina, sicchè dopo un turno di otto ore vedevo tutto rosso. Che tristezza.

Jeremy Ireland

Pulitrice di sigmoidoscopio

Orario 9 am ? 5 pm
Salario £ 7.50 (11,10 euro ) all?ora

Il mio peggior lavoro è stato in un grande ospedale di Londra, nel reparto sterilizzazione strumenti. Dovevo pulire i sigmoidoscopi. Per quelli che non lo sapessero, il sigmoidoscopio è uno strumento che serve a esplorare le cavità anali, quindi non deve sorprendere che sia spesso coperto di merda. Nella stanza faceva un caldo terribile, e la puzza era insostenibile. Mi consideravo fortunata se per un giorno intero riuscivo a non pungermi con una siringa ipodermica o a non farmi cascare placenta sui piedi. Non so come ho resistito per tre mesi.

Mandy

Mammifero italiano ? Giorgio Manganelli

8 Giugno 2007 3 commenti


Lo ammetto. Di questo libriccino dell’Adelphi mi ha attirato il titolo. E devo ammettere anche la mia ignoranza. Non ho mai letto alcunché scritto da Manganelli, né sapevo qualcosa della sua esistenza. In questo libro sono raccolti tutti i corsivi che Manganelli scrisse, tra il 1972 e il 1989, su diversi quotidiani e settimanali (da ?Il Corriere della Sera? a ?L?Espresso?). Questi articoli graffianti e salaci, ma molto acuti, trattano degli argomenti più disparati, dall?aborto a Carosello, da Pertini al caso Tortora, dall?antinucleare ai sequestri. Manganelli ne ha per tutti, nessuno è in salvo e nessuno è condannato in via definitiva.
Manganelli (Milano, 1922 – Roma, 1990) ha le idee chiare, il corsivo deve avere ?poche righe, rapide e mortali?, deve far riflettere anche se ?non ha idee, non fa proposte?. Ma deve fare il suo dovere ed esaurirsi in poche righe ?deve nascere e muoversi come un centometrista?.
Il Manga, chiamato così da Marco Belpoliti nella sua postfazione al libro, tratta anche alcuni dei temi più cari agli italiani, quali la famiglia, della quale mi sembra non abbia idee tanto lusinghiere, infatti scrive:
??in primo luogo la convivenza indefinita, misurata a decenni. Di poche persone in breve spazio è innaturale. Si aggiunga che qualcuno sa che qualcun altro lo seppellirà, e lo sa anche l?altro? e mette in risalto l?assurdità di determinati dinamismi che nascono al suo interno: ?A mio avviso l?amore domestico assomiglia ad un voluminoso e greve animale, che giorno per giorno si scompone, si scinde e recide; e le gambe si aggrovigliano alle orecchie, respira per forami innaturali, si colloca gli occhi sulla coda?.
Anche sul concetto di patria sembra avere idee chiare; partendo dalle dichiarazioni di Noschese, che ebbe problemi sia con i politici del tempo che con la Chiesa a causa delle sue imitazioni, e che poi dichiarò pubblicamente di ?essere cattolico e di amare la Patria?, Manganelli scrive: ?Ama anche la periferia nord di Foggia, le latrine di tutti indistintamente i ristoranti e le tavole calde dell?autostrada??.
Nel libro ci sono delle considerazioni, degli appunti, delle frecciatine davvero notevoli, come quando parlando di un congresso della vecchia DC, dice: ?La sala enorme è semivuota, Gui ha finito di parlare da poco, e le sedie appaiono sfinite; una poltroncina singhiozza in silenzio, consolata da tenere e pensose donne delle pulizie?.
Oppure parlando della domenica: ??è un giorno finito, in cui la vita si arresta, impigrisce come un fiume che si impaluda, un giorno in cui non si può spendere denaro se non in modo collettivo e inutile, in cui è obbligatorio divertirsi e quindi non ci si diverte?.
È una lettura veloce (come appunto dovrebbe essere il corsivo) e piacevole, ed ha anche un altro pregio, infatti ci mette di fronte all?Italia di trenta anni fa e ci fa notare come alcune cose siano cambiate da allora, ma anche come alcune altre si trascinano avanti stancamente e chissà per quanto ancora lo faranno.

?I fratelli Karamazov? ? Fedor Dostoevskij

21 Maggio 2007 12 commenti


Cosa si può dire su questo libro? Intendo dire, cosa si può aggiungere a quanto è stato detto? Ci provo. ?I Fratelli Karamazov? è IL ROMANZO. Possiede, secondo me, tutti gli ingredienti che portano ad un?opera letteraria completa e immortale. Completa perché ha una trama ricca, profonda e credibile. I personaggi, ognuno con un carattere e una personalità diversa (e l?autore ci dà un preciso ritratto psicologico per ognuno di loro). Il paese in cui si svolge, la Russia dei monaci, della piccola borghesia mediamente ricca, di una ricchezza cresciuta su piccole speculazioni, su meschine disonestà, la Russia dei servi più o meno fedeli ai loro padroni, delle violente passioni amorose e della ruvidezza dei rapporti sociali. Immortale perché in alcuni passi sembra fin troppo attuale nel descrivere l?oscuro abisso in cui sono finiti i rapporti familiari e nell?analizzare le forze che agitano l?animo umano. Quindi Dostoevskij con questo suo ultimo romanzo, corona tutto un percorso incentrato sul male nell?uomo e sulla possibilità di redenzione attraverso la pena. C?è ovviamente posto per figure ?belle?, nei suoi romanzi. Quindi sembra che l?essere umano, secondo Dostoevskij, si divida sempre tra questi due ancestrali concetti. Ma non voglio entrare in divagazioni filosofiche tra le quali difficilmente saprei districarmi. Questo è anche il romanzo che fa riferimenti alla neonata scienza della psicologia (si pensi alle requisitorie, durante il processo, del procuratore e dell?avvocato difensore, sulle quali ritornerò) e dimostra che se si considerano le cose secondo la psicologia, può essere vero tutto e il contrario di tutto. Non dirò nulla di specifico sulla trama, chi vuole può cercare e avere notizie in merito. Voglio solo segnalare alcuni passi che a me sono sembrati particolarmente interessanti partendo dalle considerazioni che ho appena fatto. Ma ne citerò solo alcuni dei tanti che ci sono. Il primo, la confessione che Dmitrij, il maggiore dei fratelli, fa di se stesso al fratello più giovane Alesa. Il capitolo in cui Ivàn (il fratello di età intermedia) parla ad Alesa del poema che ha ?pensato?, e cioè ?Il grande Inquisitore?, dove vengono fatte delle lucide e appropriate considerazioni sulla religione. Alcuni brani nei ?Dialoghi e sermoni dello starec Zosima?. Ma anche la confessione del delitto del quale è stato incolpato Dmitrij, che Smerdjakòv (il figlio illegittimo di Fedor Pàvlovic, padre dissoluto e vizioso) ammette davanti a un incredulo Ivàn. E per finire le arringhe dei due avversari nel processo. Da una parte Ippolìt Kirìllovic procuratore e sostenitore dell?accusa che fa un appassionato discorso sul perché Dmitrij sarebbe colpevole di parricidio e dall?altra il famoso avvocato, appositamente chiamato da Pietroburgo, Fetjukovic che rifacendosi anche lui alla psicologia, per essere sullo stesso piano del suo avversario, ribalta le sue teorie, vestendo in quell?ambito proprio i panni di Dostoevskij stesso e spiegando in breve quanto letto fino a quel punto in mille e più pagine. Da notare le “letture” che danno i due di Smerdjakòv, reo del delitto e suicida a poche ore dal dibattimento in tribunale, due letture completamente diverse, ma credibili entrambe. La trama è arricchita e resa credibile dalla passione amorosa che si intreccia tra Fedor Pàvlovic, il figlio Dmitrij e Grusenka, una bellezza “tipicamente russa” che prima fa di tutto per deridere i due rivali e poi sceglie il suo volontario castigo. Questa insana passione è proprio la miccia che accenderà l’animo passionale e irruento di Dmitrij e che porterà alla inevitabile tragedia. Una menzione particolare va alla vicenda di Iljusa (rappresenta un libro nel libro), il giovanetto che per cattiva sorte entra in collisione con i Karamazov, che tratta di una gioventù non molto distante da quella attuale. Insomma, più di mille pagine che potrebbero scoraggiare, ma posso dire di non essermi mai annoiato e di non aver neanche una volta avuto la tentazione di abbandonare la lettura.

La filosofia di Andy Warhol – Andy Warhol

2 Aprile 2007 5 commenti

Di lui si è detto tutto e il contrario di tutto. Impostore, grande artista, opportunista, furbo, geniale.
Penso che Andy Warhol incarni un po? tutte le definizioni che gli sono state affibbiate. Che sia stato un collage tra la genialità e l?opportunismo, tra la furbizia e il semplice fiuto per gli affari. Sta di fatto che il ?maestro della pop-art? costruì un impero sui barattoli della ?Campbell?s Soup? e sui ritratti ripetuti infinite volte di Marilyn Monroe.
Ma questo libro non parla dell?arte (o del prodotto commerciale) di Warhol, bensì della sua ?filosofia? su tanti aspetti della vita. Dall?amore alla fama, dal lavoro all?arte, dall?economia alla bellezza.
E si scopre che Andy Warhol era una personalità molto particolare, che non amava essere toccato, che aveva ascoltato gli insegnamenti della madre (?Non essere invadente, ma fa in modo che gli altri sappiano sempre che ci sei?), che amava la biancheria intima (la sua) più di ogni altra cosa, che amava comprare (e in questo si sentiva molto americano), che aveva insomma molte stranezze nella sua personalità, ma non meno di tanti di noi.

Aveva delle idee molto chiare sul lavoro e sull?amore, non ha mai mentito sui suoi lavori tanto che dichiarava:

?Un artista è uno che produce cose di cui la gente non ha alcun bisogno, ma che lui ? per qualche ragione ? pensa sia buona idea dargli?

Era a conoscenza del carisma che aveva sviluppato, ma non se ne spiegava bene il perchè.:

?Alcune aziende erano recentemente interessate all?acquisto della mia aura. Non volevano i miei prodotti. Continuavano a dirmi: ?Vogliamo la tua aura. Non sono mai riuscito a capire cosa volessero. Ma sarebbero a stati disposti a pagare un mucchio di soldi per averla. Ho pensato allora che se qualcuno era disposto a pagarla tanto, avrei dovuto provare a ad immaginarmi che cosa fosse.
Penso che l?aura sia qualcosa che solo gli altri possono vedere, e ne vedono solo quel tanto che vogliono vedere. Sta solo negli occhi degli altri. Si può vedere un?aura solo nelle persone che non si conoscono bene o che non si conoscono affatto. L?altra sera stavo cenando con la gente del mio ufficio. I ragazzi del mio studio mi trattano come merda perché mi conoscono e mi vedono tutti i giorni. Ma c?era un caro ragazzo, portato da qualcuno, che non mi aveva mai visto prima. E questo ragazzo non riusciva quasi a credere di pranzare con me. Tutti mi vedevano ma lui vedeva la mia ?aura?. Quando incontri qualcuno per strada, bè proprio lui può vedere veramente l?aura. Ma se pare bocca, l?aura se ne va. L?aura c?è finché non si apre bocca.?

Conosceva bene le regole del business:

?Il peggior servizio, il più crudele che abbia mai letto è stato quello del ?Time? sul mio ferimento.
Mi sono accorto che quasi tutte le interviste sono preconfezionate. Sanno ciò che vogliono scrivere di te e sanno ciò che pensano di te persino prima di parlare con te, così vanno in cerca qui e là di parole e dettagli proprio per confermare ciò che hanno già deciso che devi dire [?].?

E aveva precise e bizzarre idee sull?espressione artistica:

?Quando guardo le cose vedo sempre lo spazio che occupano. Voglio sempre vedere riapparire quello spazio, vederlo tornare come era, perché è spazio perduto, quando contiene qualcosa. Quando vedo una sedia dentro uno spazio bello non importa quanto sia bella la sedia , non potrà mai essere bella quanto lo spazio da solo. La scultura che preferisco è un muro pieno con un buco che faccia da cornice allo spazio dell?altra parte.?

Ma in questo volume si parla anche del quotidiano di Warhol, che fa la spesa, si lava le calze (era ossessionato dal fatto che dopo aver lavato venti calze, una sparisse d?incanto e ne rimanessero immancabilmente diciannove!) e si prepara la colazione.
Andy Warhol è morto alla soglia dei suoi sessanta anni, a seguito di un banale intervento chirurgico. Se fosse vissuto più a lungo avrebbe probabilmente stupito ancora, con le sue idee ?regolarmente trasgressive e regolari trasgressivamente? sempre ?fuori dall?establishment, ma dentro l?establishment?, Warhol è stato comunque uno dei più vivaci innovatori della scena artistica del ventesimo secolo.

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – Mark Haddon

12 Marzo 2007 15 commenti


Libro piacevole, scorre bene, si arriva alla fine e ci si complimenta con il protagonista, anche se ciò che ha fatto non è il massimo del coraggio. Solo che per Christopher Boone, quindicenne, la vita non è tanto facile, quindi tutto ciò che fa deve essergli riconosciuto. Christopher è affetto da una particolare forma di autismo che lo porta ad avere un rapporto molto particolare con la vita e con il mondo che lo circonda. Così Christopher reagisce in modo violento se viene toccato da qualcuno. Mangia i cibi solo se non sono entrati in contatto tra loro. Ama la matematica, ma non riesce a capire le persone e le loro espressioni. Odia il giallo e il marrone. Non si fida degli sconosciuti e dice sempre la verità. Se c?è qualcosa che lo disorienta e lo disturba lui si isola da tutto gemendo, con le mani sopra le orecchie.
Una notte (lui la notte è abitualmente in giro per Swindon, la cittadina dove vive) scopre che qualcuno ha ucciso il cane della sua vicina, e lui si convince che deve fare l?investigatore e scoprire chi è stato. Vive con il padre separato e un topo addomesticato di nome Toby. A seguito di circostanze eccezionali Christopher deciderà di prendere il treno per Londra e l?avventura non sarà tanto semplice per lui che non è mai arrivato più lontano del droghiere all?angolo.
Tutto il libro è un elenco delle strane cose che Christopher fa nella sua vita, le sua fissazioni, le facilità con i calcoli matematici e l?odio per tutto ciò che non è ordinato, organizzato e che può causare confusione nella sua mente.
La trama è molto semplice. Haddon, che è autore di libri per bambini, deve aver pensato a loro scrivendo anche questo libro. E? un libro che non si prefigge di vincere il Nobel per la letteratura, ma che fa comunque pensare al fatto che i bambini e gli adolescenti vivono in un mondo che è assai diverso da quello che noi adulti siamo abituati a considerare, e forse dovremmo fare un po? più di attenzione nel interpretare i loro sogni, i loro pensieri e le loro paure.

Il giro di vite – Henry James

6 Marzo 2007 7 commenti


Ho letto questo libro a causa di una frase Pietro Citati ne “Il male assoluto”. Qui l?autore paragonava Dostoevskij a James, nel modo di trattare il “male” nell?uomo, quindi, dato che ho letto molto dello scrittore russo, mi è venuta la curiosità di leggere questo libro.
Una serata tra amici, si raccontano le storie più assurde e raccapriccianti che si siano mai udite. Uno dei partecipanti, inizia a raccontare una storia accaduta ad una donna che lui conosceva.
Questa donna era stata chiamata a far da istitutrice in una casa signorile a due bambini. L?unica persona che si occupa di loro e un facoltoso zio, che non appare mai nel romanze e paga profumatamente la donna e una serie di governanti che si prendono cura della casa e i giovani. L?unico punto sul quale quest?uomo insiste è il fatto che non deve essere disturbato per alcun motivo.
Lo stile è pomposo, proprio dell?ottocento, le donne escono di casa non senza essersi “coperte”, il che significa mettere il cappello, gli atteggiamenti sono ossequiosi. Il tutto si svolge in questa casa.
I protagonisti del romanzo sono sostanzialmente quattro, la donna, la signora Grose (una governante che diviene sua amica e confidente) e i due ragazzi Miles di dieci anni e Flora di otto.
La storia è imperniata sulla visione di spiriti di persone morte, che appaiono e scompaiono negli ambianti della casa, ma questa cosa passa via via in secondo piano, man mano che l?istitutrice svela la sua personalità, per far posto, appunto, al “male” di cui parlava Citati. La donna, figura centrale del romanzo è effettivamente preda di un male su cui non mi dilungherò per ovvie ragioni e ci si rende conto, procedendo nella lettura che tutto gira intorno a lei.
Interpreta gli innocenti atteggiamenti dei bimbi come aberranti gesti, individua in loro l?essenza della disonestà intellettuale, della malizia e in un crescendo, che però non ha ritmi serrati o frenetici, arriva al punto di separare i due per il loro bene. L?istitutrice deve tamponare, deve vegliare, deve essere lei al centro dell?attenzione. La sua attenzione e dedizione ai ragazzi (ma in particolare a Miles) ha il sapore della pedofilia, che in quel periodo era una pratica molto presente, anche se sotterranea, nella società agiata dalla quale proveniva James, che tra l?altro aveva un fratello che si occupava di psicologia, materia di grande interesse due secoli fa. Insomma gli ingredienti per un romanzo focalizzato sul “male” ci sono tutti, ma a mio parere tra James e Dostoevskij esistono delle differenze abissali, sia come sviluppo del romanzo stesso, sia come esperienza di vita.
Il finale è in qualche modo sorprendente e agghiacciante. Il male ha avuto la meglio anche stavolta sul bene e sulla ragione.

Senza pudore

27 Febbraio 2007 5 commenti


Millie O’Reilley, giovanissima e spietata. Figlia di un professore universitario. Millie, ventenne della middle class inglese, “bellissima bambina dai capelli lisci di pioggia e gli occhioni liquidi da pazza”. Di giorno, un’annoiata studentessa. Di notte, una famelica predatrice, che si aggira nei bassifondi di Liverpool, crudele e sfrontata. Millie sola e impudente, Millie sprezzante eroina delle neri notti, imbevute di alcool, piacere chimico e prostituzione.

Si legge la prima pagina, giusto il tempo di sentire il tenue fruscio dei polpastrelli sulla carta bianca e immacolata, che si viene scaraventati con violenza oltre il foglio, per trovarsi allibiti spettatori sopra una lapide, dove Millie fa sesso con una prostituta “stacco le mani dal suo corpo, coperte dal nostro sudore, e me le pulisco sui fianchi (..), lei si tira su (..) i suoi occhi fissano, grandi e spaventati, lasciandomi intravedere la bambina dietro la puttana (..)”. Sconvolge e lascia muti. Rasseganti alla veemenza delle parole. Una chiarezza cruda e bruciante, che tocca le corde dell’animo. Una capacità di dipingere anche le situazioni più scabrose, con una naturalezza disarmante.

Quello di Millie è un viaggio alla scoperta di sé, in un tortuoso andirivieni sempre in bilico tra dovere e ribellione, tra spregiudicatezza e rimorso. Ogni “marcia notte”, alcool e droga sono i suoi pericolosi compagni, le volgari prostitute le sue prede, il putrido odore delle strade il suo profumo. Millie è un’assatanata in preda a una “voglia di depravazione assoluta, di umiliare e di essere infangata”. Millie cerca esperienze estreme. Sesso a pagamento con baby prostitute o drogate. Beve whisky e birra a fiumi. Tira cocaina in bui e fumosi locali notturni. Millie è la voce dell’istinto, della dissolutezza, del vuoto, della corruzione dell’animo umano.

Gli unici punti fermi nella sua vita sono suo padre e, Jamie, il suo migliore amico. Suo padre, affascinante professore universitario sulla cinquantina, con capelli grigi e un fisico asciutto. Separato da sua moglie, che lo ha lasciato solo insieme a sua figlia. Un padre buono e amorevole che, agli occhi di Millie, diventerà un seduttore in età avanzata, quando lo vedrà flirtare con una studentessa universitaria. La figura materna quasi assente. Solo qualche doloroso ricordo e vecchie lettere consumate.

Jamie è il compagno di bagordi e dissolutezza. E’ l’amico pieno di buonsenso, la voce della ragione e della coscienza. E’ una sorta di altro sé, l’altra metà della realtà. Jamie che vede la sua piccola Millie “lucida, spassosa e cinica come nessun’altra”. Quando Jamie deciderà di sposarsi, il loro rapporto entrerà irrimediabilmente in crisi. All’apparenza senza via di scampo. E’ allora che Millie compierà un amaro viaggio interiore, alla ricerca delle sue radici e dei suoi sentimenti, ricollocandoli ognuno al proprio posto. Millie dovrà far fronte ai fantasmi del suo passato, con bugie e sotterfugi, con una famiglia ben diversa da quella che credeva.

Millie è un personaggio fragilissimo, sempre in bilico tra il bene e il male assoluto, in una precaria serenità. Millie cresciuta in un quartiere decente, con due bravi genitori. Millie “piena di spessore”, “con quella fiducia stoica che viene dal non aver mai dovuto preoccuparsi di niente”. Millie è un’antieroina del nostro secolo. Un’anima “aspra e irriverente”. Millie è l’anticonformista, per scelta. Per orgoglio. Per ripicca. Contro un mondo irriconoscente al quale, non riesce o, non vuole, proprio adattarsi.

Helen Walsh firma con “Senza pudore” (Brass, il titolo originale) il suo primo romanzo. La Walsh nasce a Warrington, nel Cheshire nel 1977, da padre inglese e madre malese. A sedici anni scappa di casa e fugge a Barcellona, dove lavora nel quartiere a luci rosse, organizzando appuntamenti sexy per travestiti e prostitute. L’anno dopo torna a Liverpool, si iscrive all’università e si laurea in sociologia con una tesi sulle devianze sessuali. Pare che riesca ad uscire da una grave crisi depressiva, scrivendo il primo romanzo sul tavolo della cucina di sua madre. Una vita al limite che somiglia molto a quella di Millie. Senza pudore è stato un caso letterario che ha scioccato critica e pubblico in Inghilterra. Oggi la Walsh vive a Liverpool e si occupa del recupero dei “ragazzi a rischio”.

In un’intervista del 10 settembre 2005, la Walsh racconta come è nato il romanzo. “Millie è l’esorcismo dei miei demoni. E possiede parecchie sfumature della mia vita, per esempio non ama le mezze misure, passa dall?euforia alla depressione. Mi è dispiaciuto finire di scrivere Senza pudore perché avevo sofferto tanto per Millie. Mi addolorava svegliarmi al mattino senza di lei. Ho ancora la tentazione di andarla a cercare per Liverpool. Mi aspetto quasi di vederla uscire barcollando da un bar”. Attraverso Millie, la Walsh racconta una generazione perduta, che tocca il fondo, annaspando nella melma e nella depravazione, per potersi sentire viva. Sembra il ritratto realistico di una generazione “noi siamo la generazione che più di ogni altra ama prendere rischi. Siamo cresciuti in una società tormentata dall?Aids e dalla guerra. Il nostro subconscio ci dice che un giorno viviamo e quello successivo possiamo morire, e ci incoraggia a prendere rischi con il sesso e le droghe”.

La Walsh è stata paragonata a un Irvine Welsh al femminile a cui lei ribatte “ho letto Welsh quando portavo ancora le trecce e l’apparecchio per i denti. È molto lusinghiero essere paragonati al padre del realismo moderno. Ha spianato il cammino a molti scrittori che, come me, parlano di sballi chimici e di autodistruzione”.

Senza pudore è un libro audace e selvaggio. Tutto è un richiamo dell’istinto, delle pulsioni più basse e animalesche. E’ un romanzo che non lascia indifferenti, ma che giudica quello che ciascuno possiede, con tinte imprudenti che stanno in agguato, perennemente dietro ogni passo, dietro ogni sillaba o emozione. E’ un libro che esalta e che impressiona. Io l?ho divorato. Nel giro di qualche notte. La Walsh ha uno stile unico. All’interno delle sue descrizioni ci sono cento e mille descrizioni, cento e mille stati d’animo, migliaia di pensieri affollati e bizzarri. Ogni parola è un’immagine fatta da altre immagini. Sembra di aprire una matrioska dopo l’altra, pagina dopo pagina. Tutto è rifinito nei minimi particolari ed estremamente pulito. Senza pudore è un romanzo che passa dal candore fanciullesco ad un cinismo brutale, attraverso delicate pennellate di lucidissima poesia interiore “la luna è uno sbaffo venato d’azzurro nei pascoli notturni del cielo”. (cfr pag. 121)

Il romanzo corre su due binari, su due voci, quella di Millie e quella di Jamie, e il mondo è visto attraverso i loro occhi. Offre però un’opportunità di redenzione e, alla sua conclusione, riesce a ristabilire l’armonia, proclamando una sorta di riscatto. L’autrice vuole dimostrare che, solo attraverso il dolore e la verità, si riesce a risalire. Che con le menzogne si uccide. Che ovunque si vada, prima o poi, si torna sempre all’origine. Millie ritrova se stessa lungo la strada per Inverchlogan che la porterà da sua madre, in una casa “piccola (..) ornata di agrifoglio e da un intrico di rampicanti”. Millie si avvicina alla porta, “il rumore dei miei passi sulla ghiaia la richiama alla finestra. I nostri sguardi si incontrano, mi fissa e tutti i pensieri che si dissolvono, la mia testa è immacolata e vuota, riempita solo dalla sua immagine. Mamma. Mia bellissima mamma. Guarda chi c’è”. (cfr. pag. 238)

Senza Pudore, Helen Walsh, Einaudi Stile Libero ? Big, ? 13,50

La nuvola in calzoni – tetrattico di Vladimir Majakowskij

2 Febbraio 2007 5 commenti


Leggete zucconi.
Una riga per volta e masticate con attenzione.
Non è testo facile da digerire, poesia futurista russa prerivoluzionaria.
Mi ha dato le palpitazioni.

Ecco alcuni versi:

“In fondo poco importa
che uno sia di bronzo,
che il suo cuore sia come una gelida piastra di ferro.
Di notte il proprio suono si vorrebbe
nasconderlo in qualche cosa di morbido,
di femminile.

Ed ecco,
gigantesco,
ingobbirmi alla finestra,
struggerne il vetro con la fronte.
L’amore ci sarà, non ci sarà?
E di che specie –
grande o minuscolo?”

“E quando il mio numero d’anni
avrà finito di danzare –
un milione di gocce di sangue tappezzerà la traccia
che mena alla casa del padre.

Striscerò fuori
sudicio (di nottate dentro i fossi)
mi ci metterò fiancaffianco,
mi chinerò
a dirgli in un orecchio:

- Ascoltate, signor Dio!”

“Silenzio.

L’universo dorme,
poggiando sulla zampa
un orecchio enorme con zecche di stelle”

L’Edizione è quella della Letteratura Universale Marsilio del 1989, ahimè fuori catalogo, ma forse recuperabile a ben guardare tra le bancarelle dell’usato o in biblioteca.

Il saggio introduttivo è di grande aiuto, ma i più temerari si possono tuffare nella lettura anche senza questo giubbotto di salvataggio.

Le note sono tutte alla fine del testo, che quindi non è insozzato da numeretti e minuscole scritte a piè di pagina e rimane godibile nella sua limpida bellezza.